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e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Vincenzo
Vincenzo Consolo
La ferita dell'aprile (1977)

Pubblicata su Corriere del Ticino
Lo scorso anno Vincenzo Consolo, siciliano - normanno, 44.enne, è stato finalmente salutato come una precisa realtà nel panorama del romanzo italiano: quasi unanimemente i recensori del suo Sorriso dell’ignoto marinaio l’hanno indicato come la rivelazione dell’annata.

Di vera e propria rivelazione in realtà non si trattava, come dimostra la pronta ripubblicazione, a un anno di distanza, di La ferita dell'aprile, smilzo romanzino che già aveva rivelato Consolo se non altro a due lettori dagli occhi attenti come Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, che lo avevano voluto tra gli autori del loro meritorio «Tornasole» mondadoriano nell’ormai lontano 1963 (quindi scritto prima). In Italia erano anni strani ed eroici: di grande vitalità, letterariamente parlando, ma non solo. Su un versante brillavano gli ultimi fuochi della letteratura «industriale» e del dibattito «lingua-dialetto», diretti riflessi dell’industrializzazione scapicollata e un po’ forzatamente improvvida della nostra società, nonché del parallelo e progressivo sterminio delle nostre culture e lingue regionali; sull’altro prendevano fuoco le virulente polemiche e azioni della letteratura «tecnologica» neoavanguardista, anche loro riflesso diretto dell'ammodernamento tecnologico di cui andava in cerca la nostra società.

Il giovane Vincenzo Consolo, con la sua malinconica e sottile Ferita, apparteneva al primo versante; nelle sue zone più profondamente siciliane, apparteneva a quel filone umoroso e «deep South» della letteratura italiana che in momenti più recenti ha prodotto un capolavoro autentico, quanto poco identificato e riconosciuto, con II previtocciolo del mite e sanguigno don Asprea, e un’ipotesi di capolavoro non perfezionata con Horcynus Orca, bruciatasi sull'ara della sterminata e ferrea ambizione formale.

Personalmente, l’anno scorso, non ho salutato né come rivelazione né come un capolavoro Il sorriso dell’ignoto marinaio, romanzo certamente di pregio, ma in cui la preoccupazione «tecnologico-letteraria» ha corroborato certa tendenza alla freddeza della poetica di Consolo. Non ho avuto il tempo e lo spazio per parlarne allora; mi scuso per la obbligata sommarietà di ora.

La stessa freddezza che in fondo al cuore letterato mi lascia anche la ripresa (comunque assai opportuna) di questa acerba Ferita dell'aprile, che, chissà, letta allora...

Gli ingredienti ci sarebbero tutti, per un’operina calda, palpitante, struggente: la Sicilia dell’immediato dopoguerra, una minuscola comunità patriarcale di feste, riti, canzoni e processioni, macrocosmo minuscolo di un microcosmo rappresentato dal collegio religioso in cui vive il piccolo, mite, un po' evanescente protagonista della vicenda. Ci sono i piccoli sentimenti, i piccoli peccati di un piccolo grande popolo e dei suol figli. C'è un sapientissimo impasto di lingua e dialetto, che non fa una bava, non perde una grinza sul suo cammino: forse troppo sapiente.

Vizio di fondo probabilmente il mio: lettore mitteleuropeo, cerco nella letteratura mediterranea i calori e sapori che forse non è obbligatorio ci dia. Così va a finire, per esempio, che li trovo nel mitteleuropeo-adriatico Saba e nel suo ragazzo Ernesto.

Come ci ricorda la quarta di coperta del libro, «l’ispirazione di Consolo non è elegiaca o consolatoria, ma storica»: la storia va certamente guardata con occhio vigile e non idillico, ma allora credo che chieda anche l’obbligo di uno scavo nel profondo e non possa accontentarsi della bravura di un lirismo scarno e insinuante.

Alla fine del libro, questo mi rimane: il gusto di una scoperta poetica, di un linguaggio che soffre del suo stesso morire prossimo venturo, ma sopravvive in uno scrittore di rango che sa fermarlo sulla carta.
Dei «carusi» che popolano il piccolo mondo dell’Istituto con le lore voci e le loro violenze e dolcezze adolescenti, di tutti gli altri, mi rimane purtroppo abbastanza poco.

Vincenzo Consolo - La ferita dell'aprile - Einaudi

Corriere del Ticino, 22 ottobre 1977