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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Vikram Seth
Vikram Seth

I. Intervista (1995)
II. Recensione: “Il ragazzo giusto” (1995)
III. Recensione: “Una musica costante” (1999)
Caro lettore, ti è mai venuto in mente di scrivere un romanzo? Forse no, ma magari anche sì. Noi italiani siamo un popolo di navigatori, di santi, di poeti. Un bel romanzo pieno di vicende e persone, di trasalimenti e colpi di scena, di amori e di odi, di profumi e colori, di emozioni e commozioni. Lungo, magari, 1000 pagine, per poter raccontare tutto ma proprio tutto. Sai come saresti accolto da un editore italiano? Te lo dico io. Verresti buttato fuori dalla porta. Si sostiene, nel mondo editoriale di qui, che noi italiani avremmo una soglia dell’attenzione molto bassa. Duecento paginette, al massimo, senza fronzoli, con un paio di battute cretine per far ridere, niente di più, perché dopo ci stufiamo. Chissà perché, allora, nelle nostre librerie trionfano le normali 600 pagine di Wilbur Smith, Clive Cussler, Tom Clancy, John Grisham e soci. Chissà.

In altri paesi, in altre culture, il romanzo sterminato non suscita invece nessuna repulsione nell’editore, e tanto meno nel lettore. Così arrivano in libreria (e nelle classifiche) le 600 pagine tutt’altro che facili di John Updike o Thomas Pynchon, le 1000 e passa di Norman Mailer eccetera. Ma un piccolo brivido deve pur averlo provato, circa tre anni fa, il signor Giles Gordon, agente letterario in Londra, quando si è visto recapitare un dattiloscritto alto più di mezzo metro. 5000 fogli battuti a macchina e chiusi in uno scatolone costellato di francobolli e timbri . Mittente: Vikram Seth, Delhi, India. Lo stesso mezzo metro e più di di carta su cui, in una bella foto davanti ai miei occhi, si appoggia languidamente con il gomito un bel giovanotto bruno in pantaloni bianchi e tunica variopinta. Girata la doppia cornice, in una seconda foto, il giardino è sempre lo stesso, verde, lussureggiante, esotico, ma le persone ritratte sono sei. Anche qui colori sontuosi, non certamente europei — gialli sgargianti, rosa squillanti, verdi liquidi —, e sei belle facce brune: un elegante esterno di famiglia bene a Delhi.

«Sì», mi spiega un folletto indiano scapolo di nome Vikram Seth, elegante e scalzo, appollaiato come Eta Beta sul bracciolo di una seggiola. «È la mia famiglia, a cui è dedicato il mio romanzo, Il ragazzo giusto. Mia madre, ex giudice, mio padre, ex dirigente di una fabbrica di scarpe, la mia povera nonna, mio fratello, mia sorella e io.» Vive ancora con loro? No, non propriamente, non più, insomma, a quarantadue anni... Essendo indiano, Vikram Seth non fatica a fare l’indiano e a dribblare la domanda. Okay, torniamo al romanzo. Ovvero alle 1500 pagine (più 100 di glossario per le edizioni non in inglese) a cui si è ridotto il famoso mezzo metro di 5000 cartelle dattiloscritte. Uno strepitoso successo internazionale. 400.000 copie soltanto nell’edizione inglese/inglese, preceduta da quella inglese/indiana e seguita da quelle inglese/americana, inglese/canadese, inglese/ australiana eccetera. Più cinque o sei edizioni già uscite in Europa. Più un’altra decina già prevista in tutto il mondo. In Italia lo ha appena pubblicato la Longanesi, che per fortuna sembra non tenere in eccessivo conto le prescrizioni da farmacista circa le famose 200 paginette. Ma come aveva reagito il citato agente letterario di Londra di fronte al malloppone di carta? Senza battere ciglio?

Lo ha battuto eccome. Tanto più che il signor Vikram Seth, allora nemmeno quarantenne, aveva preteso di incontrare "tutti" gli agenti candidati a rappresentarlo e "tutti" gli editori successivamente interessati a pubblicarlo. E quelli come hanno reagito di fronte a quest’altra pretesa? Fair play ma nervi perlomeno tesi, a giudicare dalle interviste che hanno rilasciato; comunque hanno abbozzato. Come mai? Vikram-Eta-Beta si torce nei suoi ossicini come un santone yoga: mi aspetto, prima della fine dell’intervista, di vederlo levitare in cielo sopra le fronde dei Giardini che fanno da sfondo al terrazzo del suo albergo milanese. «Be’», spiega, «non partivo da zero ma dal successo del mio primo libro, Golden Gate, un romanzo ambientato in California e scritto in stanze pushkiniane. Negli Stati Uniti ha venduto 100.000 copie.» Un momento, ho capito bene? Stanze pushkiniane? «Sì, precisamente. Avevo letto una splendida traduzione inglese dell’Eugenio Onieghin e, affascinato, ho voluto imitarne la struttura compositiva, sa abab, ccdd, effe gg....» Ah, ecco. E gli americani ne hanno comperato 100.000 copie? Chissà se lo avesse presentato a un editore di qui.

Comunque, come mai in California? «Perché ci ho vissuto per undici anni. Dopo essermi laureato in economia a Oxford sono andato a Stanford per prendere il PhD, il dottorato. Però, prima mi sono perso per cinque anni nei miei studi computerizzati di demografia, che mi hanno costretto a studiare il cinese. Poi, la ricerca che stavo seguendo mi ha portato per due anni in Cina, a Nanchino e in una serie di villaggi sullo Yang-Tze. Dopo di che, tornato a Stanford con l’assoluta determinazione di concludere gli studi, sono stato distratto dalla traduzione di due libri di poesie dal cinese all’americano.» Accidenti, congratulazioni! «Infine ho letto il famoso Pushkin e ho scritto Golden Gate.» E l’altrettanto famoso PhD ovvero dottorato? «Mai preso.» Undici anni buttati via, dunque? Neanche per sogno. Il romanzo americano gli dà la prima fama, le traduzioni dal cinese lo adornano di lauri. Onusto di gloria e incerto sul da farsi da grande, il più che trentenne Seth decide di tornare a Delhi, nel giardino di famiglia della foto, a fare lo scrittore. Ha in mente una bella storia, ambientata nella buona borghesia del suo paese. Riti e miti, storia e realtà, profumi culturali di curry e incensi. La scelta dello sposo da parte di una giovane indiana emancipata, contro il volere della madre che il "ragazzo giusto" glielo vuole trovare lei. Pensa a qualcosa sulle 200-250 pagine. Ci lavora otto anni. Le pagine diventano 5000, poi ridotte a 1500. Ma il successo è internazionale e travolgente, come si è detto.

Negli otto anni della stesura, di che cosa è campato, visto che aveva già rinunciato per sempre all’attività di economista? «Dei diritti d’autore del primo romanzo. Di quelli di un secondo libro» (uscito anche in Italia con il titolo Autostop per l’Himalaya). «Di quelli delle poesie. Dei proventi di un libretto per opera, Aryon and the Dolphin, scritto per il compositore Alec Roth e commissionato dalla English National Opera. E dell’aiuto dei miei genitori, che sono stati molto generosi. Stando molto attento, me la sono cavata.» Adesso, naturalmente, la musica è del tutto diversa. Soltanto gli anticipi inglese e americano gli hanno reso oltre un miliardo e mezzo di lire. La sua vita è completamente cambiata. Può vivere comodamente. «Sì, certo. Ma non ho abitudini costose. Comunque, se non altro ho potuto finalmente comperarmi una casa tutta mia, non grande ma bella e comoda, a Delhi. No, la mia vita non è cambiata e non credo che cambierà più di tanto. Più che altro è stata travolta come da un ciclone dagli impegni connessi con il successo del mio libro. Sono sempre in giro per il mondo, non posso mai rimanere nella mia nuova casa, chissà quando riuscirò ad ammobiliarla.»

Poverino, tira fuori un’aria malinconica da uccelletto sorpreso dal monsone. Niente affatto insincera, tuttavia. Ha dunque deciso di stabilirsi definitivamente nel suo paese, nonostante i lunghi e determinanti soggiorni all’estero? «Non ho veramente deciso. Potrei forse optare per Londra. Ma l’India è casa mia, il luogo dove mi trovo meglio. Sono nato a Calcutta e cresciuto a Patna, e poi ho vissuto a Delhi. Tre città da cui ho preso il miscuglio di elementi che compongono Brahmpur, la città di fantasia in cui ho ambientato il romanzo.»

Un paese che ama molto, evidentemente. Lo ha visitato tutto? «Oh, sì, lo conosco molto bene. L’ho viaggiato in lungo e in largo, ma soprattutto nelle regioni settentrionali, quelle che amo di più. È un amore da cui è nato il libro sul viaggio in Tibet e che si è formato in me a partire dall’infanzia. Dai sei anni in avanti, fino ai sedici, ogni quadrimestre scolastico venivo caricato con una turba di altri ragazzetti su un treno, che con un viaggio di due giorni ci portava in un collegio lassù, ai piedi dell’Himalaya. Il percorso che poi, più o meno, ho ripetuto scrivendo Autostop per l’Himalya.» Ma la sua vita è cambiata anche nel senso che adesso la gente lo riconosce per strada, che la sua privacy è minacciata?

«Assolutamente no, per fortuna. Il successo letterario non impegna anche la figura, la faccia dello scrittore, come avviene per le star dello spettacolo e per i campioni dello sport. No, è raro che qualcuno mi riconosca per strada. E se questo avviene, il comportamento è più che altro improntato al rispetto. Noi in India abbiamo un’autentica venerazione per il libro. Ci sono tanti analfabeti, purtroppo, in conseguenza della povertà del paese, ma ci sono anche moltissime persone che leggono. Vede, se un libro qualsiasi dovesse cadermi per terra, mi chinerei immediatamente a raccoglierlo e me lo porterei alla fronte, in segno di rispetto.»

(Class)

 
II.

Per definire Il ragazzo giusto di Vikram Seth, l’informazione giornalistica si è sperticata in giudizi e accostamenti iperbolici, chiamandolo un "romanzo che fa data", procedendo a sincretismi azzardati, scomodando Guerra e pace e La fiera delle vanità a bagno maria in Via col Vento, parlando di saga elaborata con le cadenze della soap opera. In realtà, ciò che più colpisce del libro sono le dimensioni: 1500 pagine di testo e oltre 100 di glossario dei termini hindi (ma soltanto per le edizioni non in inglese, lingua in cui, secondo l’autore, la terminologia hindi si deve ormai ritenere penetrata a fondo). Che cosa racconta? Nel fittissimo incrociarsi delle vicende di quattro famiglie indiane "bene", la strenua battaglia di una giovane indiana emancipata per scegliersi il marito contro il volere della madre, che invece "il ragazzo giusto" glielo vuole trovare lei. Epoca: l’India degli anni Cinquanta, agli albori dell’indipendenza e quindi fucina di esperimenti e crogiolo di speranze (nonché di future tragedie religiose ed etniche). Ambiente: con straordinario colpo d’ala da narratore di classe, una città completamente inventata, Brahmpur, capitale di uno stato altrettanto inventato. Ma Seth ha una cordiale tendenza tutta inglese (ha studiato a Oxford) all’understatement: "Ho dovuto farlo," mi ha spiegato, "per poter inventare situazioni realistiche senza suscitare un vespaio di illazioni e di accostamenti tra i personaggi e ambienti del romanzo con persone e fatti reali". Tutto il mondo è paese.

Intriso di spirito letterario, Il ragazzo giusto è un’affabile macchina narrativa zeppa di persone, eventi e profumi. Uno sterminato affresco indiano che, davvero, alterna le cadenze della "sit com" con quelle della creazione poetica, cui Vikram Seth ha dedicato (e dedica) attenta e appassionata attenzione. Dopo un lungo soggiorno di studio in Cina, infatti, ha tradotto due libri di poesie dal cinese in inglese. Stimolato dalla lettura dell’Eugenio Onieghin ha poi scritto un romanzo composto nientemeno che di 600 stanze pushkiniane, Golden Gate, che negli Stati Uniti ha avuto un successo colossale quanto poco prevedibile: 100.000 copie. Infine ha scritto il libretto di un’opera, Aryon and the Dolphin, commissionata dalla English National Opera. Carte più che in regola, dunque, per parlare di "Letteratura".

La stesura di Il ragazzo giusto è durata otto anni, con l’accumulo di un testo di oltre 5000 cartelle che successivamente sono state limate e ridotte fino alle (ugualmente monumentali) dimensioni attuali. La lettura non è agevolissima, il plot lento, ambienti e nomi indiani creano una certa difficoltà, ma i momenti di scrittura alta e anche quelli di comicità esilarante abbondano. Insomma, una "satyra lanx" contemporanea al gusto di curry. Un’opera molto interessante e in ogni caso una clamorosa smentita ai menagramo che continuano ad annunciare accidiosamente la morte del romanzo. Macché morto: è vivo, vegeto e persino grasso. Basta saperlo fare.

Il ragazzo giusto, Longanesi

(Letture)

 
III.

Vikram Seth non cesserà forse mai di voler stupire. Anzi, lo fa evidentemente per determinazione stilistica, oltre che con grande coraggio: sa di poter agire a tutto campo e lo fa, incurante dei possibili rischi di perplessità e disaffezione da parte dell'immenso pubblico che si è creato. Così è passato senza battere ciglio dalla cronaca poetica di viaggio al vero e proprio romanzo in versi (riuscendo a venderne decine di migliaia di copie), dal libretto per opera al fluviale romanzo di colore indiano, Il ragazzo giusto. Con quest'ultimo ha avuto un successo stellare. Altri si sarebbero seduti lì, cercando di vivere di rendita e di imitare se stesso. Lui no. Preso spavaldamente in mano il timone, ha fatto una nuova brusca virata per affrontare il romanzo d'amore. Una storia d'amore oggi? È ancora possibile scriverla in maniera credibile e stilisticamente giustificabile? Lo è, e Seth lo dimostra, regalandoci un grande romanzo: Una musica costante.

Eppure la storia, di fondo, è banale: lui e lei si sono amati da studenti di musica a Vienna, lui l'ha lasciata per una pura paturnia esistenziale, lei non ha più voluto vederlo; si incontrano di nuovo per fatal combinazion a Londra e cedono alla fatal attrazion, sebbene lei sia sposata. La protagonista femminile traballa tra angoscia della colpa, fuga dal dolore (quanto dolore!) e tremebondi palpitucci del cuore, fino a un finale che non c'è. Oltre a tutto è diventata sorda. Le ambientazioni veneziane potrebbe averle scritte una delle peggiori Edith Wharton (scrittrice grandissima ma capace di autentici crolli nel birignao mondano). Eppure il libro resta ugualmente splendido. Intere pagine di abbandono e malinconia sono vera e propria poesia in prosa. Basterebbe mettere le frasi in colonna sulla pagina invece che di seguito. Il punto più alto è probabilmente il pezzo in cui il protagonista, suonando Schubert, attraverso la gioiosità della sua musica precipita letteralmente nel dolore esistenziale e persino fisico del grande e infelice viennese.

Poesia ho scritto, ma devo precisare: da considerare musica. Musica in sé, perché le parole scritte, una volta sentite dall'orecchio del lettore, "suonano", sono musica (buona o cattiva). Al di là del fatto che Una musica costante sia ambientato nel mondo dei musicisti. La vicenda scorre davvero come una mirabile composizione per note in forma di parole. Il finale, ripeto, non c'è, ma va bene così. Avrebbe forse svilito il testo, riducendolo davvero a una banale "love story", scritta bene ma niente di più.

Una musica costante, Longanesi

(Letture)