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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Vikram
Vikram Chandra

I. Recensione: “Terra rossa e pioggia scrosciante” (1999)
II. Recensione: “Amore e nostalgia a Bombay” (1999)
L'indiano Vikram Chandra è nato a Delhi nel 1961 e vive negli Stati Uniti, dove insegna "scrittura" alla George Washington University. Il suo primo e fluviale romanzo, Terra rossa e pioggia scrosciante, uscito in inglese nel 1995, ha suscitato grande clamore. La sua poetica rimanda a quella degli altrettanto acclamati Salman Rushdie e Michael Ondaatje, ma anzitutto (e ben più in alto) alla tradizione orientale del romanzo fantastico (o poema) a cornice, di cui basterà citare i mirabili esempi di Ramayana e Mahabharata e delle Mille e una notte. Il titolo stesso del romanzo discende da un poema classico in lingua tamil. Nel suo impegno a diventare cosmografia e affresco della cultura indiana nei suoi incontri/scontri con l'esterno, la finzione narrativa mescola pantagruelicamente storia, cronaca, leggenda e mito, mettendo in scena avventurieri realmente vissuti come Benoît de Boigne, Walter Reinhardt , George Thomas, accanto a divinità indù come il dio-scimmia Hanuman, il dio a testa di elefante Ganesh e il dio della morte Yama.

Il giovane Abhay, tornato in India dal college negli Stati Uniti, spara a una vecchia scimmia che lo infastidisce, e la ferisce. Ma nella zona le scimmie sono sacre, per cui, preoccupati, i genitori di Abhay curano l’animale ferito, il quale, guarito, mostra una strana particolarità: impara con grande velocità a scrivere a macchina (e poi anche a mano), rivelando di essere una delle successive reincarnazioni dell’antico poeta Sanjay. È la cornice in cui si incastoneranno tutti i racconti che compongono il libro. Il dio Yama, infatti, vorrebbe trascinare con sé Sanjay nel mondo dei morti, ma Hanuman intercede in suo favore: nuova Sheherazade, potrà continuare a vivere fino a quando riuscirà a interessare almeno una parte dei presenti con i racconti che scrive (e in effetti conseguirà una longevità magica). Ma a questo punto la cornice si trasforma in una pala a due ante: la scimmia-poeta è stanca, non può scrivere più di tanto, per cui Abhay si presta ad alternarsi con lui. Ma è la parte meno riuscita del pur affascinante polittico: nel suo racconto di vicende americane, la poesia dell'assunto iniziale (con il suo coltissimo – esplicito o sotteso – rimando ad autori famosi: Kipling, Melville, Poe, Borges, addirittura Shakespeare) rischia di decadere a un certo post-minimalismo.

Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante, Instar Libri

(Letture)


È interessante notare come, in questo periodo di sempre più intenso dibattito sull'esigenza di un nuovo – più aperto o dialettico – rapporto tra spiritualità e scienza-tecnologia, la cultura dell'India stia fornendo all'Occidente dovizia di uomini di scienza-tecnica (matematici e programmatori di computer) e un profluvio di interessanti testi letterari, profondamente poetici. C'è da pensare che in tale cultura la scissione tra spiritualità-poesia e scienza-tecnica non si sia mai verificata, o perlomeno non con gli effetti laceranti che ha avuto nella nostra. Gli indiani sono altamente spirituali, gli indiani sono gli inventori del numero: se non a livello di percezione, almeno a quello inconscio ciò potrebbe avere avuto un significato.

Riflessione indotta dalla lettura del secondo, notevole testo narrativo di Vikram Chandra, Amore e nostalgia a Bombay. Si fa un po' fatica a definirlo romanzo, poiché in realtà romanzo non è: si tratta caso mai di una serie di racconti infilati a schidione con sapienza, appunto, aritmetica, se non proprio matematica. Lo schidione è rappresentato dagli incontri tra un giovane calato nella modernità di Bombay e un anziano raccontatore di storie. I suoi racconti, cinque, sono cadenzati sui principi fondamentali dell'induismo, che l'uomo deve raggiungere e superare per conseguire la Pace. In tutto ciò, oltre alla spiritualità, c'è molta sottile matematica: sarebbe interessante fare uno studio in questo senso aritmetico-strutturale della poetica non soltanto di Chandra ma anche dei grandi poemi classici indiani cui il giovane scrittore fa sempre riferimento. Ma non è questo il luogo adatto.

Nei cinque racconti, sempre notevoli seppure di diseguale forza narrativa, si assiste a un continuo incontro-scontro tra il vecchio e il nuovo in India: gli anziani e i giovani, il mito e la realtà tecnologica, la narrazione orale e quella cinematografica, l'arte classica e quella contemporanea, la politica di ieri e quella di oggi, e così via. Se ciò porti davvero al conseguimento della Pace, è difficile dire. Un testo così rischia di ingenerare un certo senso di freddezza nel profano e può forse essere goduto a fondo soltanto da un buon conoscitore della cultura indiana. Per chi non lo è, rimangono in ogni caso il piacere della lettura e il godimento delle straordinarie capacità di invenzione e fantasia dell'autore.

Vikram Chandra, Amore e nostalgia a Bombay, Instar Libri

(Letture)