Slide copertine




© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Peter Carey
Peter Carey

Recensione di “Oscar e Lucinda” e “L’esattrice delle tasse” (1993)
Vi sono romanzieri che privilegiano l'intreccio, costi quello che costi, la vicenda, i personaggi, i cosiddetti colpi di scena, la tensione verso lo scioglimento finale. Altri, invece, preferiscono puntare sulla qualità della scrittura, sulla finezza di sensazioni che essa sa evocare, sulle sfumature. Altri ancora, infine, affrontano l'incomoda sfida di voler tenere conto dell'uno e dell'altra, componendo opere fatte allo stesso titolo di intreccio e di scrittura, romanzi che procedono per squarci di pura narratività intercalati da altri di alta scrittura. I primi, di norma, servono a far fare un salto per così dire di quantità alla vicenda, a portarla avanti in stato di tensione narrativa, mentre i secondi servono a elevare la qualità del testo, ad approfondire situazioni particolarissime, caratteri, sentimenti, emozioni.
Quest'ultimo tipo di romanzo, spesso tendente alle dimensioni imponenti – con il suo alternarsi di scrittura alta e scrittura medio-bassa, con il rischio calcolato di apparenti scivolate verso la colloquialità – nella nostra lingua non appare molto praticato. E per certo, in Italia, è poco amato dalla critica. Mentre è largamente praticato e amato in lingua inglese, sia essa quella dell'isola madre o una delle molteplici varianti delle ex colonie. Da Golding e Burgess (per esemplificare), fino a Gordimer, Soyinka, Naipaul, Rushdie, Davies, Keneally (e si potrebbe andare avanti a elencare per un bel po'). Per non dimenticare scrittori Usa come Updike e Pynchon.
In tale ambito narrativo, alla fine degli anni Ottanta si è prepotentemente presentato alla ribalta l'australiano Peter Carey con Oscar e Lucinda. Romanzo magnifico per vicenda raccontata e qualità di scrittura, per ambientazione storica e cura dei personaggi, fittizi (da fiction) o veri, fino a George Eliot e ai bloomer, i mutandoni del suo protofemminismo. Opera straripante, irresistibilmente comica e funestamente tragica, composta da un infinito convergere di ruscelli narrativi (con loro sotto-vicende e sotto-personaggi) verso un unico trascinante fiume narrativo. In tutto il mondo di lingua inglese venne accolta con un successo trionfale. Da allora Carey vive al Greenwich Village, dove insegna creative writing presso la New York University. Discreti anche i riconoscimenti in Italia, ma ben lontani dal trionfo.

A cinque anni di distanza Carey ricompare con il romanzo L'ispettrice delle tasse. Un'inquietante vicenda di sangue ed esplosivi, con corollario di musica rock, buddismo e pratiche incestuose fra padri e figli, centrata sull'incontro-scontro di una demenziale famiglia di venditori di auto con una moralissima agente del fisco che li mette alle strette nell'attività economica come nei risvolti personali più intimi. Una storia ambientata in una torva Sydney postmoderna che fa da contraltare alla città ottocentesca del romanzo precedente. L'uso della lingua (molto ben definito "ipertiroideo" dalla critica Usa) è persino più strepitoso del solito, ponendo qualche problema di esatta comprensione delle sfumature, ma l'ansia di intricare la vicenda fino alle estreme conseguenze – di giocare a oltranza la carta della marinistica meraviglia – sembra prendere a tratti la mano all'autore, rischiando di apparire non del tutto risolta. Soprattutto nel finale, che mira con incerta plausibilità a fare dell'Ispettrice delle Tasse (non a caso di nome Maria) e del suo bambino, nato tra le macerie fisiche e morali dell'esplosa concessionaria di auto, un catastrofico simbolo di catarsi universale, presumibilmente dalla contemporanea volgarità del denaro. Un must, in ogni caso, per i cultori della narrativa di alta qualità in lingua inglese.

Oscar e Lucinda, Longanesi e poi TEA
L'ispettrice delle tasse, Longanesi