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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

William Trevor
William Trevor

1 Recensione: “Il viaggio di Felicia” (1995)
2 Recensione: “Gochi di ragazzi” (1996)
3 Recensione: “Marionette del destino” (1997)
4 Recensione: “Notizie dall’Irlanda” (1998)
5 Recensione: “Gli scapoli delle colline” (2002)
6 Recensione: “La storia di Lucy Gault” (2002)
Felicia è una adolescente dell’Irlanda più povera, rigidamente cattolica e fieramente avversa all’Inghilterra. Nella sua famiglia viene ricordato con orgoglio chi ha dato la vita per l’indipendenza dell’isola. È rimasta orfana di madre, ha avuto una severa educazione in una scuola di religiose, cresce in una sottoperiferia microurbana accudendo alla bisnonna quasi centenaria. In un quadro generale di squallore e solitudine, si abbandona all’amore con un giovane emigrato a lavorare in Inghilterra e tornato a casa a visitare la madre. Il presunto amore, purtroppo, comincia a generare il suo frutto. Disperata, senza nessuno che possa aiutarla o consigliarla, la giovane scappa da casa nell’illusorio tentativo di raggiungere il giovanissimo padre del nascituro, di cui non conosce nemmeno l’indirizzo preciso.

Abbandonata a se stessa in un paese ignoto, di cui stenta persino a capire la lingua, trova ad aiutarla soltanto una corte dei miracoli di individui marginali o demenziali, dorme in un rifugio di barboni, trova temporaneo ricovero nella dimora di una conventicola di fondamentalisti religiosi, finisce in apparente balia di un personaggio ambiguo, un uomo solitario, orgogliosamente paludato sotto una superficie di impiegato modello, afflitto da mille manie e malinconie oltre che da un’immensa e malaticcia grassezza, il quale riesce ad attirarla in casa sua. A poco a poco, con malinconico e lucido understatement narrativo, il romanzo assume le cadenze di un tragico serial killer.

La stessa protagonista prende coscienza, sulle prime quasi con rassegnazione e poi in un empito di ribellione, della propria sorte disperata. Le cose non andranno così, come del resto il lettore si augura, ma il sapiente impianto narrativo finisce per non appagare le attese di catarsi generate dalla parte centrale della narrazione. Nell’ultima parte, il romanzo, già calato in un ambiente di desolata marginalità, si autodelimita a livido ritratto di una società malata, spogliata di ogni possibilità di riscatto. Ma, reso il dovuto omaggio alla qualità, il lettore si aspettava di più.

William Trevor, Il viaggio di Felicia, Guanda

(Letture)


II.

Darkness visible è il titolo di un grande romanzo, livido, allucinato, senza speranza, del Premio Nobel William Golding: L’oscuro visibile. Quella (gnostica) oscurità che ci circonda, apparentemente indecifrabile e invece per certi occhi perfettamente decifrabile, leggibile, visibile. A un concetto molto simile si ispira la poetica di un altro narratore di lingua inglese, assai più giovane, di cui Guanda ci sta facendo conoscere l’opera: William Trevor. In lui l’oscuro diviene grigiore. Visibilissimo grigiore di clima, di vita, di comportamenti, di sentimenti, persino di efferatezze. Lo avevamo visto in Il viaggio di Felicia, lo vediamo con ancor più "oscura visibilità" o "visibile oscurità" in Giochi di ragazzi.

L’ambiguo, vischioso grigiore di piccole ipocrisie e vizi comuni che intride tutta la realtà del romanzo appare visibile soltanto al protagonista, il quindicenne Timothy, giovanissima anima contorta che, avendo deciso di partecipare a uno sgangherato spettacolino per dilettanti in parrocchia, sembra non volersi fermare davanti a niente pur di ottenere gli strumenti che gli servono per la messa in scena. Strumenti anch’essi banali, incolori, "grigi", ma per lui di irrinunciabili. Per ottenerli minaccia dunque di denunciare (o denuncia apertamente) corna, pratiche immorali con fanciulli, sordidi scenari di famiglia, persino un presunto uxoricidio, senza guardare in faccia nessuno, gettando nello sconcerto se non addirittura nella disperazione chiunque gli capiti a tiro, sudici osti, tremebondi ex comandanti di marina, piccoli orfani sconvolti. Uomini, donne, bambini. Tutti. Né, facendolo, pensa di commettere alcunché di sbagliato. La verità, che agli altri appare "insidiosa, mai evidente, mai composta di fatti semplici", a lui invece sembra chiarissima, elementare. È posseduto dal demonio, arriva a concludere una delle vittime.

L’autore ha voluto concludere il romanzo con un accettabilissimo (e rasserenante) finale di speranza, ma a fare grande questo piccolo libro, a renderlo indimenticabile, oltre a certi voli descrittivi di straordinario lirismo, è proprio l’acre spirito di crudeltà che lo intride. La semplicissima, elementare, ineluttabile capacità dei presunti innocenti, dei giovanissimi, di essere crudeli senza pietà. Ancora una volta la lezione del William Golding di Darkness visible — ma soprattutto di The Lord of the Flies — a ispirare un romanzo sicuramente destinato a rimanere negli annali della letteratura.

William Trevor, Giochi di ragazzi, Guanda

(Letture)


III.

"Marionette del destino" diventiamo noi esseri umani quando ci troviamo coinvolti in eventi troppo più grandi di noi, che sfuggono al nostro controllo: catastrofi naturali, guerre, rivoluzioni. E Marionette del destino sono i personaggi dell’omonimo, straordinario romanzo di William Trevor. Su di loro si abbatte la rivoluzione che verso gli anni `20 di questo secolo porterà all’indipendenza dell’Irlanda di Dublino. Appartengono a una singolare famiglia di protestanti irlandesi che per tradizione si sposano con cugine inglesi. La loro condizione di, per così dire, mezzi sangue, non li astrae comunque dagli eventi che li circondano e condizionano: credono nella causa dell’indipendenza irlandese e le danno il loro onesto contributo, ospitando il mitico Michael Collins e simpatizzando per lui. In conseguenza di ciò subiscono la più dura delle punizioni, la loro casa viene incendiata, il capofamiglia viene ucciso e con lui muoiono arse le due figliolette. La moglie e il figlio, sopravvissuti, porteranno nella psiche per tutta la vita il segno della tragedia.

La donna finirà alcolizzata e suicida nel ricordo del torbido mestatore inglese che ha distrutto la sua famiglia; il bambino, cresciuto e divenuto giovane uomo, non potrà sottrarsi all’imperativo di vendicarsi di lui: non potrebbe mai trovare la serenità né la volontà di vivere. Compiuto il livido dovere impostogli dalla coscienza, sarà costretto a fuggire in esilio, prima in terre centro americane e poi in Umbria (dove effettivamente l’autore ha una casa). Nella fuga, ignaro, si lascia alle spalle il disperato amore della giovanissima cugina inglese che, in combutta con la tradizione, il destino gli ha assegnato. Ne nascerà una bambina a sua volta segnata nella psiche in forma di turbe religiose, una figlia che il fuggiasco arriverà a conoscere soltanto in età avanzata, quando la prescrizione del suo crimine — che per altro la coscienza di chi lo conosce non condanna — gli consentirà finalmente di tornare in Irlanda.

La vicenda, in superficie una semplice tragedia a sfondo storico e tinte cruente, è invece raccontata con grandissima finezza e sapienza letteraria procedendo per piccolissime agnizioni successive, espresse in maniera sommessa, che dapprima rischiano di sfuggire al lettore e poi lo prendono per mano e lo trascinano inesorabilmente verso un finale di una delicatezza al limite della consolazione. Un grande romanzo di un grande autore di lingua inglese, che in Italia, presi come eravamo a discettare sul presunto valore di tanti — troppi — americani non precisamente straordinari, siamo comunque arrivati a conoscere bene soltanto con grave ritardo.

William Trevor, Marionette del destino, Guanda

(Letture)
 
IV.

È un vero peccato che gli editori italiani si manifestino tanto restii a pubblicare racconti di autori di casa nostra. Pare che non li legga nessuno. E chi, allora, legge quelli degli stranieri? Non si sa. Però vengono pubblicati lo stesso, e i nostri no. Veniamo così privati di quello che è il vero e proprio laboratorio sperimentale dei narratori italiani, nel quale analizzare abbozzi di strutture, schizzi di personaggi, “ricette di fabbricazione” (come le chiamava Gianfranco Contini) delle loro strutture più ampie e complesse. È una riflessione che nasce automaticamente alla lettura dei moltissimi racconti di stranieri tradotti in italiano e che si ripresenta inevitabile davanti a quelli del notevolissimo irlandese William Trevor. Peccato che non si usi accompagnare al titolo la data della creazione, per facilitare confronti e deduzioni. Le protagoniste di “La sala da ballo” e di “Il campo di Kathleen”, giovani senza speranze e futuro della remota campagna irlandese, per esempio, sono scopertamente sorelle della sfortunata Felicia dell’omonimo Viaggio. Il ragazzo John Joe Dempsey di Una serata con… è parente stretto dell’ingenuo e al tempo stesso torbido protagonista di Giochi di ragazzi. I grigi fratelli Middleton di Il passato lontano assomigliano alla famiglia di Marionette del destino. E così via.

Alla stessa stregua, su tutta l’arte narrativa di Trevor domina un delicato grigiore che sembra scendere direttamente da quello del cielo irlandese, una luce che attenua tutti i colori fin quasi a spegnerli. Qui, però, a essere attenuate e quasi spente sono passioni, emozioni e sensazioni, in un complessivo grigiore di ambiguità che conferisce praticamente lo stesso peso alle tragedie materiali e alle loro conseguenze su psiche e comportamenti delle persone coinvolte. Spesso, d’altra parte, l’ambiguità di scrittura e struttura è tale da non lasciar capire fino in fondo la vera natura della tragedia, né se essa ci sia davvero stata. Con questi delicati e oscuri racconti William Trevor si conferma senza dubbio narratore di alta qualità, ma risulta difficile aderire alla citazione di copertina ripresa dal New Yorker, secondo cui sarebbe “il più grande autore contemporaneo di racconti in lingua inglese”. Anche soltanto limitandosi all’ambito di chi ha scritto e scrive su quell’insostituibile mensile americano, vengono in mente ben altri nomi.

William Trevor, Notizie dall’Irlanda, Guanda
 
(Letture)


V.

Non stupisce leggere nelle biografie che William Trevor ha iniziato la sua attività artistica studiando e praticando le arti figurative (come scultore). I suoi racconti, scritti all'insegna del più sottile understatement, sono tutti connotati da un sapientissimo uso del più "understated" dei colori: il grigio. Un'intera tavolozza di variazioni sul grigio; o comunque sui colori tenui. Leggendo questi racconti (e parte dei romanzi), sembra di passeggiare sotto la pioggia polverizzata di Dublino, nei viali del Trinity College (dove Trevor si è laureato in Storia), tra i colori tenui della campagna irlandese, in cui tanta parte della sua narrativa si ambienta. È forse infatti nei racconti che si incontra il miglior Trevor, il quale non a caso si definisce "uno scrittore di racconti che ama scrivere romanzi".

Indicato da più parti come il più grande autore vivente di racconti in lingua inglese, non sempre Trevor tiene fede alla definizione: a volte l'understatement, l'eccesso di sfumatura gli prende la mano, e alla fine del racconto il lettore, pur genericamente soddisfatto, rimane come dire con un eccesso di grigiore (confusione) nella mente, un po' di amaro in bocca. Che cosa voleva veramente dire l'autore raccontando quella vicenda? Ma quando il velo di "grigio" si lascia perforare da sprazzi di tutti i colori cupi che esso riesce a nascondere — il viola, il rosso scuro del tramonto (della vita), il nero del delitto o del terrore — il risultato è superlativo.

A tale risultato Trevor attinge senza dubbio con la raccolta di storie brevi Gli scapoli delle colline. Storie non soltanto brevi ma apparentemente piccole di piccoli personaggi. La Storia, quella con la "S" maiuscola, sembra essere assente dalla loro vita. La vivono in un perenne grigiore di realtà umili, luoghi remoti o insignificanti, persone modeste, nostalgie represse, sentimenti tenui (sfumati, appunto). Ma quando i colori violenti riescono a squarciare qualche puntino del "grigio", eccola lì la Storia, con tutta la sua violenza. Brevissimi lampi di colore, ma abbaglianti, o accecanti. La Storia è presentissima, nel perenne incombere della guerra civile in Irlanda, nel furore del terrorismo, persino in certi comportamenti che devono la loro origine, sia pure inconsapevolmente, alla crudeltà del nostro tempo.

Tale crudeltà sembra per esempio averla letteralmente inspirata dall'atmosfera uno dei personaggi più "undestated" di questi racconti, la scialba figlia protagonista del primo, prigioniera del suo terribile segreto. Mentre ne è soggiogato il giovane operaio irlandese che rischia di cedere alla torva sirena del terrorismo. E ne è vittima il malinconico scapolo protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta: la Storia impone le sue ragioni e mette ineluttabilmente in un angolo, "scarta" per così dire, chi è vincolato al dovere filiale di mantenere nonostante tutto vivi, in questo nostro Tempo, certi ambienti rurali di assoluta marginalità, a cui Esso sembra non voler concedere uno spazio.

Grandi racconti di "microstoria", dunque, pullulanti di quei piccoli personaggi che la Storia la vivono attimo per attimo, ma senza l'illuminazione di capire che, nel loro ruolo di vittime, la stanno facendo.

William Trevor, Gli scapoli delle colline, Guanda


VI. La storia di Lucy Gault.

I componenti fondamentali dell'arte narrativa di William Trevor sono almeno tre. Il colore grigio che permea di sé l'Irlanda, sfumandone tutti i colori a una tavolozza di infinitesime varianti di quell'unico colore. La storia complessa e tragica dell'Irlanda, quella del Nord ma anche quella del Sud, almeno fino alla definitiva indipendenza del 1948. E uno straordinario, acutissimo, quasi feroce senso della solitudine, che deriva forse dai grandi spazi poco abitati dell'Irlanda stessa (60 abitanti per chilometro quadro contro i 180 dell'Italia, e concentrati nelle zone orientali), ma ancora di più dallo spirito più intimo dell'autore. La solitudine, per esempio, dei personaggi che abitano i bellissimi racconti riuniti in Gli scapoli delle colline, ai quali sono strettamente imparentati alcuni di quelli del recentissimo La storia di Lucy Gault, romanzo che, fondato sui tre elementi sopra citati, costituisce uno degli esiti più alti e intensi dell'autore.

Nel caso specifico della Storia di Lucy Gault, tuttavia, ai suddetti tre componenti ne va aggiunto un quarto, scarsamente definibile, inafferrabile, ma sempre presente per non dire imprescindibile: la specifica, profonda, inguaribile pulsione alla libertà individuale propria degli abitanti delle isole britanniche. È proprio questa insopprimibile pulsione a spingere una coppia di sposi, innamoratissimi e irreprensibili ma in un certo senso male assortiti (lui è irlandese, lei inglese), a una decisione che segnerà la loro vita e quelle di altri. Sono gli anni della prima indipendenza incompleta (1921), con una situazione in blando ma minaccioso sobbollire. I cattolici irlandesi — o almeno le teste calde — tentano di convincere i protestanti inglesi rimasti sull'isola ad andarsene, per lo più con le cattive. Un mattino i cani dei Gault sono scoperti avvelenati, qualche notte più tardi tre giovani cercano di dare fuoco alla dimora. Il padrone di casa spara, uno dei tre giovani è ferito, a nulla valgono i tentativi di rappacificazione e risarcimento: nulla può placare l'ostilità preconcetta contro la famiglia mezzo inglese.

I Gault decidono di abbandonare la loro grande e bella casa, immersa tra i campi sul mare, per quello che essi stessi non possono sapere destinato a diventare un viaggio praticamente senza fine. Non è però d'accordo la loro bambina, Lucy: quello è il suo mondo, non lo può lasciare, lì è nata, lì vuole crescere e vivere. In preda a uno sconsiderato capriccio infantile, scappa e nessuno la trova più. Il mare restituisce alcuni suoi indumenti, la si crede morta, i genitori finalmente se ne vanno con lo strazio nel cuore, uno strazio tale da impedire loro di stabilirsi nella casa che avevano affittato in Inghilterra: scappano letteralmente per l'Europa senza lasciare un indirizzo, nemmeno un'esile traccia che possa in qualsiasi modo essere seguita, scompaiono.

Nessuno riesce quindi a informarli che gli indumenti ritrovati erano quelli rubati alla bambina e nascosti tra gli scogli da un cane che voleva soltanto giocare, che Lucy non è morta ma è stata ritrovata viva. Viva, certo, ma con la mente indelebilmente segnata dal senso di quel piccolo peccato, che lei sente istintivamente aver causato la rovina della sua vita ma anzitutto di quella dei genitori. E anche di quella di altre persone. Non se lo perdonerà mai.

Passano i decenni, la Seconda guerra isola ancora di più l'Irlanda dall'Europa. L'ignaro papà Gault ricompare finalmente dopo tanti anni, solo, come un fantasma emerso da altri tempi. E con lui ricompaiono altri fantasmi, materiali e della mente. Immersi come sono nella variante di grigio specificamente scelta da William Trevor per l'Irlanda di questo libro, essi vi si confondono e annullano. Il grigio è invincibile, a nulla possono valere, se non a esaltarne la dolente uniformità, pochi sapienti lampi di colore: una valigia azzurra, gli abiti bianchi di Lucy, qualche squarcio di cielo… Di un romanzo straordinario come questo — straordinario per la qualità della scrittura e della composizione ma anche per la struttura e le cadenze quasi da suspense — non si può rivelare di più.