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© Mario Biondi
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John Fowles
John Fowles

Recensione di “Maggot la ninfa” (1988)
In una locanda inglese, dalle parti di Stonehenge, un certo giorno del XVIII secolo compaiono cinque personaggi notevoli. Un nobile giovin signore dagli atteggiamenti accigliati, mosso da inquietante passione per i numeri e le cabbale, e forse anche da misteriose e possibilmente ambigue inclinazioni erotiche. Il suo solido e cortese zio. Un servitore privo della favella. Una servetta di abbigliamento e aspetto tali da suscitare più di un mormorio. Un presunto gradasso di scorta. Così prende avvio Maggot, la ninfa, ultimo romanzo di John Fowles, scrittore inglese giustamente amato da pubblico e critica, autore del famoso La donna del tenente francese, poi ridotto in fortunato film.

In lingua inglese maggot significa "larva", ma anche "ghiribizzo". Nel XVII e XVIII secolo, inoltre, con tale termine veniva indicato un certo tipo di aria o ballata popolare. E proprio con l'espressione maggot John Fowles decide di definire la sua ultima creazione letteraria, un apparente romanzo situato a metà tra storia e fantasia (ma assai più pencolante verso la seconda), che intende essere un appassionato canto composto come omaggio a una certa donna del passato.

Si torni alla locanda e alla vicenda. Dalla riassunta premessa si dipana un affascinante e imponente romanzo di alta qualità, che sembra continuamente voler sfuggire al lettore, attirandolo qua e là nella pania di un'intricata storia che pare modificarsi e rigenerarsi senza tregua. I cinque personaggi scompaiono. Il giovane nobile non verrà mai più ritrovato. (Riparato in Francia con una misteriosa amata? Assassinato dai briganti o dai suoi stessi compagni di viaggio? Sprofondato all'inferno in seguito a sulfuree pratiche diaboliche? Assurto in un'eretica sorta di paradiso detta Eterno Giugno? Il lettore non lo saprà mai.) Il servo sordomuto verrà sì ritrovato, ma purtroppo appeso, apparentemente di sua propria mano. Gli altri tre.... Sulle loro tracce si mette un acido e puntiglioso avvocato londinese, incaricato da una non specificata Vostra Grazia di cui verrà rigorosamente mantenuto l'anonimato: si apprenderà soltanto che è il padre del giovane, in disperata ricerca delle sue ultime tracce, della soluzione dell'enigma della sua sparizione.

A uno a uno vengono ritrovati tutti e tre. Il presunto zio, che altri non è se non un attore di mezza età e taglia, persona in definitiva perbene, assoldata dal giovane con un raggiro non del tutto innocente: la scusa di una fuga amorosa. La guardia del corpo, personaggio di moralità non proprio specchiata, ma in definitiva più nocivo a parole che nei fatti, un vero e proprio miles gloriosus. La servetta, infine, bella e ambigua chiave della vicenda. Puttana, diavolessa, santa? Si dichiarerà destinata alla redenzione, ma intanto esce — si scopre prestissimo — da uno dei più rinomati lupanari di Londra, anche lei assoldata dal giovin signore con una falsa scusa. Forse per dare sfogo alle proprie poco chiare inclinazioni erotiche. Forse per soddisfare pelosamente quelle del servitore sordomuto. Forse per fare da cameriera a una bella amata da rapire, come recitava la mendace scusa. Forse al fine di fare da cavia per sulfurei esperimenti sataneggianti. Chissà.

Che cosa andava a cercare a Stonehenge e dintorni il nobile giovin signore, di giorno e soprattutto di notte? La citata fanciulla amata da rapire? Un contatto con lo spirito degli scomparsi abitatori del luogo e con le cabbale, a loro note, della conoscenza del futuro? Un sacrilego incontro con il re degli Inferi? La Via della Salvezza, come sostiene incrollabile, alla fine, la redenta servetta puttana? Il lettore non ottiene una risposta univoca. Vero maggot, fantastico «ghiribizzo» letterario del nostro tempo, l'ultima opera di John Fowles (come del resto in buona parte le precedenti), lo lascia libero di muoversi con la fantasia nel senso preferito. L'impianto narrativo si conclude con il ricordo della donna cui esso è dedicato: la mistica inglese Ann Lee (1736 - 1784), riparata in America e fondatrice (1774) della quasi estinta setta cristiano-comunista-millenarista degli Shaker, così popolarmente detti per l'usanza di celebrare parte del proprio rituale mediante una danza a base di scuotimenti del corpo.

Scopo del «ghiribizzo» narrativo è proprio quello di attribuire fantasticamente ad Ann Lee — cui l'autore dichiara di sentirsi legato da profonda ammirazione — una madre nel personaggio della redenta servetta puttana. E il padre? Incertus, come sempre si conviene. Il servitore sordomuto (secondo quanto asserisce la stessa servetta)? Una Forza celeste, come può sospettare una certa schiera di lettori? Satana, come può ritenere tutt'altra schiera? La risposta è contenuta — inafferrabile, fatta su misura per ogni singolo lettore — nelle pieghe più intime e ambigue del maggot.

(Il giornale, 29 maggio 1988)