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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

John Updike
John Updike

I. Recensione: “La versione di Roger” (1988)
II. Recensione: “Riposa Coniglio” (1992)
Volendo, una delle tante discriminanti in base a cui classificare gli scrittori potrebbe comodamente essere quella dell’atteggiamento dei medesimi di fronte al computer. In Italia ne esistono tre categorie. Primi: coloro i quali se ne servono con serenità, considerandolo né più né meno che un utile pronipote dello stilo, del calamo, della penna d’oca eccetera, giù giù fino ai martelletti meccanici e alle margherite elettroniche. Secondi: coloro che vivono e operano perfettamente bene senza nemmeno sapere che esiste una cosa definita computer. Terzi e ultimi: coloro che — infernali! —, invece di scrivere, passano equanimemente il tempo a scagliare anatemi contro la diabolica macchina (presunta rea di ottundere stili e tarpare ispirazioni) e a fare interminabili telefonate ai primi (invece di lasciarli lavorare in pace) onde avere sempre più dettagliate delucidazioni in merito a: uso, utilità, facilità, risultati, costi, marche. Uffa!

John Updike, invece, americano e dunque abituato a un contesto sociale che del progresso scientifico e tecnologico fa il proprio motivo di essere, al computer affida né più né meno che il compito di cercare la prova dell’esistenza di Dio. Tutto ciò nell’ultimo suo romanzo, di notevole mole e qualità, intitolato La versione di Roger. Protagonista della vicenda è un ex pastore protestante, Roger Lambert, allontanato dalla cura delle anime a causa di una certa disinvoltura di comportamento extraconiugale e approdato alla facoltà di teologia di una primaria università Usa in veste di specialista di eretici. Suo comprimario è Dale Kohler, studente di informatica e ferreo credente: appunto colui che ritiene di poter elaborare un programma computeristico che possa individuare una serie di costanti numeriche e fisiche nei dati dell’universo, tale da fornire la suddetta prova. Per farlo, tuttavia, avrebbe bisogno di una borsa di studio, che gli consenta di impostare ed elaborare il suo «programma DEUS» sul Cubo, gigantesco complesso informatico dell’università, interminabili accumuli di RAM e logiche binarie, tonnellate di chip. Chi potrebbe caldeggiargliene la concessione, meglio del riverito specialista di Tertulliano e simili? Il romanzo si sviluppa appunto nel dibattito tra il disincantato studioso di problemi religiosi, ormai ridotto al materialismo, e il ruvido ed entusiasta credente.

Ponderoso? Certamente, nel complesso intreccio di problematiche spirituali e logica computeristica, evidentemente affrontate con puntiglioso lavoro preparatorio. Ma lieve nello specifico narrativo. Delizioso nello humour. Persino appassionante, per larghi tratti. Non macchinoso. Mai lento al di là di quanto imposto dalla qualità letteraria. Accanto alle due figure dominanti maschili ne agiscono infatti due femminili, tracciate con mano maestra. La moglie del docente e la di lui giovanissima nipote. Agiscono e interagiscono, dando luogo a un quadrangolo sentimentale (meglio: erotico) di grande disinvoltura, di fronte al quale magari la mentalità cattolica avrà ripetute volte motivo di rimanere perplessa.

Va da sé che l’esistenza di Dio non viene affatto provata («Memoria insufficiente», risponde l’ingrigito schermo della diabolica macchina) e, al contrario, sempre più incalzante si fa il senso di questo mondo con la sua debolezza e carnalità, fino allo sberleffo conclusivo. Il credente Dale finisce a letto con la moglie del religioso Roger, quest’ultimo con la nipote. Conclusione inevitabile, si sarebbe tentati di dire di fronte a un’opera di John Updike, felice e sottile indagatore di psicologie, fine cesellatore di commedie della società americana, spesso al limite dell’incredibilità, come in questo caso. (Straordinario, in particolare, in un agile volume di racconti di qualche anno fa, imperniati sulle vicende coniugal-famigliarie della civilizzatissima coppia Maple.)

Così, attorno alle vicende di Roger e Dale con le loro controparti femminili, si distende una corposa e variegata atmosfera di interni ed esterni americani: levigati ritratti multicolori di vita quotidiana in case della borghesia docente e affluente (quasi inevitabilmente «liberal», ormai non più esclusivamente white-anglo-saxon-protestant, eppure sempre percorsa da qualche impercettibile fremito razzista), cui si contrappongono lividi quadri (grigio su grigio) di emarginazione urbana, studentesca, coloured. Scene e personaggi che fanno venire in mente due autori più giovani — tra i migliori offerti dalla recente (anche se non recentissima) narrativa americana — Anne Tyler e Don DeLillo. Scrittori che hanno certamente fatto tesoro della lezione di John Updike, arricchendolo poi a loro volta, per così dire di rimbalzo. Assolutamente e inconfondibilmente propri dell’autore sono invece la sobria eleganza e la «nervosità» del linguaggio, tali da richiedere nel traduttore un orecchio da metronomo, come già ricordavo qualche tempo fa recensendo il suo precedente romanzo, Le streghe di Eastwick.

John Updike, La versione di Roger, Rizzoli

(Il giornale, 21 marzo 1988)

 
II.

Che cosa è successo all’America? "Tutto che va a pezzi, otto anni di Reagan senza nessuno che badasse alla bottega, tutti a cavar fuori soldi dal niente, a far crescere il debito pubblico..." Così riflette, sconsolato, Coniglio Amstrong. Ricordate? Quello che, giovanissimo, trent’anni fa (Corri, Coniglio, 1960), se n’è andato di casa piantando in asso moglie e bambino. Quello che poi a casa ci è tornato (Il ritorno di Coniglio, 1971), ma per dare il via a un turbine di corna reciproche. Quello che (Coniglio è ricco, 1981) sembrava avere finalmente placato le proprie ansie: un benestante padre di famiglia, autorevole commerciante di auto Toyota. Insomma l’alter ego di John Updike, il grande narratore americano che nei suoi libri ha tracciato uno splendido affresco della media borghesia americana dagli anni di Eisenhower (fine ’50) a quelli di Reagan e Bush. Nel romanzo che conclude il quartetto — Riposa Coniglio, pubblicato da Rizzoli in questi giorni di elezioni presidenziali Usa—, il protagonista è stanco. Soffre di nuove ansie, di un profondo bisogno di riposare. E come lui — tale il messaggio politico di Updike — è stanca una certa America. L’America medio borghese. La spina dorsale del paese. Che cos’è successo?

Coniglio Amstrong è nato nei primi anni ’30, ha creduto a tutti gli slogan del Mito americano, è un conservatore che ama di cuore il proprio paese. E’ cresciuto nel clima patriottico della Seconda guerra mondiale, quando anche i bambini erano chiamati a partecipare allo sforzo bellico con i pochi centesimi dei loro risparmi. E’ diventato grande negli anni del primo rock ’n roll, di Franck Sinatra, di Elvis Presley, del sesso adolescente laboriosamente appreso sui sedili posteriori di monumentali Buick od Oldsmobile: gli anni dell’incrollabile ottimismo riguardo i destini dell’America, dei primi voli nello spazio, dell’uomo sulla luna. Più avanti sembrava avere messo da parte il proprio conservatorismo per lasciarsi andare con gusto ai ruggenti anni della liberazione sessuale, ma lo ha ritrovato ancora più forte nel denaro, divenendo un pilastro della società. Soltanto qualche giorno prima ha partecipato al corteo del 4 di luglio vestito da Zio Sam. L’America è nel suo cuore e lui è il cuore dell’America.

Come mai, allora, si abbandona all’amara invettiva citata all’inizio? Non crede più nei destini dell’America? Non può essere. Gli Stati Uniti e il suo stesso spirito continuano a essere una cosa unica. Il fatto si è che lui non capisce più se stesso. E quindi non capisce più il proprio paese. Vi sono fermenti nuovi di cui non sa ordinare le fila e che lo riempiono di nuova ansia. "L’ansia", ha dichiarato Updike, "è la nostra condizione di base." La pulsione ad avere sempre qualcosa di nuovo "vieta al tempo la rassegnazione e la felicità". Eppure "la parola basta sembra essere una delle espressioni che gli americani faticano di più ad apprendere". Quante cose nuove si trova davanti Coniglio, con tutta la sua generazione. Presa di coscienza femminile, aborto, liberazione delle minoranze. L’era della liberazione sessuale sembra essere stata punita con l’Aids. La droga dilaga. L’economia si sta riempiendo di crepe.

C’è addirittura un giapponese che si permette di dargli una dura lezione. Un tempo, gli dice sprezzante, noi avevamo un grandissimo rispetto per l’America, ma ora non più. Che cos’è successo? Semplice: l’America era un gigante e adesso "piange, chiede continui favori commerciali... abbassa tasse, aumenta debito interno... tutto va in merci straniere, capitali stranieri.... Come un grande buco nero." E soprattutto l’America avrebbe un senso distorto della libertà: non conoscerebbe più quella disciplina che è il lievito del progresso. Un concetto che spiega nel suo comico inglese sgrammaticato: "Tutti parlano di libertà: stampa, televisione... Ragazzi con skateboard vogliono libertà di usare marciapiedi, così investono poveri vecchi. Neri con radio vogliono libertà di autoesprimersi con rumore... Uomini vogliono libertà di portare armi e spararsi a vicenda, per sport... Cani deve avere importante libertà di cagare ovunque..." Coniglio Amstrong, americano doc, rimane agghiacciato. E’ dunque veramente così malridotto il suo paese, che persino un giapponese lo può criticare? Quei giapponesi che la propaganda di guerra raccontava nei termini di omuncoli fanatici? No, non può essere.

Eppure così è. I giapponesi pare stiano comperando tutta l’economia degli Stati Uniti. Comperano persino, gli ha raccontato suo figlio, miglia e miglia quadrate di deserto del Nevada. Nel suo americanismo fino ad allora inscalfibile, Coniglio è sconvolto. E’ vero. E’ così. Nessuno ha più voglia di lavorare, tranne queste nuove singolari donne in carriera che lui però non riesce a capire. Si è messa in carriera, e con che grinta, persino sua moglie, un tempo soddisfatta del suo rango di femmina stupidotta, di macchinetta su cui sfogare (mal)umori ed eros. Tutti vogliono mangiare senza pagare. E gli Usa sono finiti in ginocchio. Così come è finita in ginocchio la solida azienda che dava abbondante pane e companatico a tutti gli Amstrong. Un disastro di cui Coniglio si sente colpevole. E’ colpa sua, perché lui, roccia della generazione che ha fatto grande l’America postbellica, ha preteso a sua volta di mangiare senza pagare, di ritirarsi a fare la bella vita in Florida. Affidata alla generazione successiva (suo figlio), in poco tempo l’azienda di famiglia — come rischia di fare anche quella complessiva dello stato — è colata a picco. Un debito enorme. Nei confronti, vedi caso, proprio dei nipponici. Suo figlio ha bruciato tutto in droga. Sarebbe questa, come gli ha detto il giapponese, la nuova libertà cui aspirano gli americani?

E così via. Amaro, intenso, sfavillante, l’apologo di Riposa Coniglio è un grande romanzo e un quadro spietato della sofferente America impegnata in questi giorni a votare per le presidenziali. Quale la scelta di Coniglio, con il suo nomignolo? Il rinnovamento o la conservazione, il rifiuto del cambiamento considerato avventura? Non è dato sapere. Visto il finale del romanzo — che non è il caso di rivelare ma che è emblematico della crisi di un’intera generazione —, Coniglio Amstrong di voti non ne può più dare a nessuno.

John Updike, Riposa Coniglio, Rizzoli

(Amica)