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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)


I “minimalisti”

(1987 - 1991)

[4 giu 1997] Nella seconda metà degli Anni ’80 la scena letteraria americana fu scossa dall’esplodere del fenomeno letterario complessivamente definito "minimalismo". Gli autori che vi erano stati più o meno arbitrariamente inglobati furono in genere accolti in Italia con un entusiasmo a mio parere perlomeno eccessivo. Fui uno dei pochissimi a guardare il fenomeno con molta freddezza. Lo feci in una serie di recensioni e articoli che furono accolti con qualche sconcerto, per non dire fastidio. Fui troppo duro? Non so. A distanza di dieci anni posso soltanto chiedermi: che fine hanno fatto i cosiddetti "minimalisti"? Non se ne parla più, o molto poco, e non di rado in connessione di attività che con la scrittura hanno poco a che vedere. Non ritengo di dover modificare di una sola virgola le opinioni che espressi allora e le ripubblico qui tali e quali. Giudichi il lettore.

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David Leavitt (1987)

David Leavitt & Amy Hempel (1990)

Tama Janowitz (1987)

Lorrie Moore (1987)

Peter Cameron (1987)

Bret Easton Ellis (1987 - 1991)

L’antologia "Americana Anni ’80" (1988)

1987
David Leavitt


I due colombi sono innamoratissimi, passeggiano mano in mano, ballano guancia a guancia, si fanno tenerissime coccole, vogliono molto bene alla mamma, progettano di presentarsi i reciproci genitori — veri o adottivi —, si abbandonano a sani trasporti sessuali, naturalmente con le giudiziose e dovute precauzioni. Hanno qualche dolorosa incomprensione, rischiano di abbandonarsi, tornano insieme con le lacrime agli occhi in un tripudio di «gli prese la faccia tra le mani», «lo strinse, lo cullò e gli baciò la fronte», «mormorando "ti amo! ti amo!"». Che bella storia.

Una rinnovata
Love story? Uno stralcio dal Peggio di Novella 2000? Dall’ "onesta gallina" Carolina Invernizio? Dalla gloriosa Liala? No, acqua, acqua: una "elle" c’e, nel nome dell’autore, ma niente a che vedere con quanto sopra. Per la semplice ragione che i due colombi sono molto ma molto osé: appartengono allo stesso sesso, sono due giovanotti di New York, di grande frivolezza e cultura singolarmente scarsa, anche se lavorano in (o per) case editrici, e quasi tutti i loro amici e parenti sono scrittori, insegnanti, filosofi. Quindi niente "L" di Liala, ma di David Leavitt, colui che un’intervistatrice italiana si è spinta fino a definire "la star della nuova narrativa americana", mentre per altri è il caposcuola del "minimalismo".

Il suo recentissimo romanzo,
La lingua perduta delle gru, vuole essere un discorso impegnato sulla liberazione gay. Vi si afferma con impeto: «Le cose sono cambiate in meglio... Per esempio c’è un bar... dove va la gente che non ha problemi a essere gay». Figurati la conquista! E via dunque al bar della conquistata libertà, tra una chicchera e una trina, uno sguardo assassino di soppiatto e una strusciata temeraria di gamba sotto il tavolo. Il lunedì dai giapponesi, il martedì dai cinesi, il mercoledì cuscus e nelle grandi occasioni si mangia in blu (il cibo, non gli abiti) secondo vecchie ricette decadenti. Purtroppo però il destino beffardo vuole che tra i due le cose non vadano bene. Il lettore non capisce assolutamente il perché, ma una spiegazione taglia definitivamente la testa al toro: «Philip ed Eliot avevano un bell’essere amanti, ma non arrivarono mai a scambiarsi le mutande». Eh be’: quando si dice dramma!

Dunque Eliot scappa con le sue mutande in Italia e Francia, dove si emoziona davanti a sensazionalità varie come «buffe pensioncine» e «una chiesa medievale sbucata dal nulla", e da dove manda missive a base di «penso che tu sia condannato alla felicità» (chissà perché: una vaga reminiscenza gidiana?), mentre Philip rimane a New York. Ad aggirarsi come un’anima in pena per i sopra citati bar, per formicolanti librerie porno, in dolente e un po’ pelosa ricerca di introvabile consolazione, con fluviale emissione di sostanze appiccicose, ma in ogni caso con scrupolosa e dichiarata osservanza delle norme anti-Aids.

Per fortuna, però, «l’anello di ghiaccio intorno al cuore di Philip finalmente si incrinò». La vita ricomincia, compare un tenero vecchio amico del college, di nome Brad, ci si fanno altre timide coccole, la vita continua e con essa la voglia di tenerezza. Intanto però è scoppiata un’ulteriore grossa complicazione: in un parallelo festival di emissioni di sostanze appiccicose in locali bui e compiacenti (però con rigoroso uso del profilattico), in un tapis roulant di liberazione e confessione, logorrea e banalità, triboli e rose dell’amor — fino a ora noto soltanto in Erica Jong —, il papà di Philip decide dopo ventisette anni di matrimonio di rivelare anche lui al mondo di essere gay. Davanti all’epidemia, la mamma — pur a suo tempo colpevole di una scappatella, peraltro eterosessuale, è ovviamente molto seccata e se la prende con il complesso di Cenerentola. Questo è quanto, fino all’immediato finale.

Peccato, perché David Leavitt sarebbe scrittore non privo di qualità, come ha dimostrato in un racconto (non più di uno: "Contando i mesi") del suo libro precedente, Ballo di famiglia. Capace di pagine stranianti o addirittura strazianti: storie di bambini, di vecchi, di malati. Ce ne sono anche qui (crudissimi tremori di iniziazione gay; fuggevoli visioni della metropoli di notte o d’inverno, vicende di singolari personaggi marginali, come una nonna nera o il bambino della «lingua delle gru»), ma sepolte nella piattezza del linguaggio, nella — nonostante tutto — banalità della storia.

Basterà, infatti, a renderla meno ingenua, il fatto che i suoi vari innamorati appartengono allo stesso sesso? Il principe azzurro cambia, vestendosi di rosa? La principessa del pisello diventa inquietante con un bel paio di baffi? È lecito dubitarne.

David Leavitt, La lingua perduta delle gru, Mondadori (Europeo, 7 marzo 1987)

1990
David Leavitt & Amy Hempel



Edificare un monumento alla finzione proponendo una realtà "altra", onirica, fantastica o anche iperrealistica? Oppure cantare la comune realtà del quotidiano? Macronarrazione o micronarrazione? La seconda, in tempi recenti, è parsa la via prediletta da quella generazione di giovani narratori americani mandati all’ammasso sotto il comune denominatore di «minimalisti».

Ma chi, tra essi, è veramente "minimalista? Non McInenrey, che forse più di tutti ha protestato contro la definizione. Non la Janowitz. Non la Moore. E nemmeno David Leavitt, che pure viene comunemente indicato come il caposcuola. Non lo è, e lo si desume con chiarezza da
Un luogo dove non sono mai stato, che arriva in libreria da noi addirittura in prima mondiale, in anticipo rispetto all’edizione americana (sembra stia diventando un’usanza, già seguita anche da Erica Jong oltre che dall’altrimenti quasi inedito Henry Roth). Raccolta di racconti da cui, dopo i precedenti tre libri, si trae un’ulteriore rivelazione: probabilmente si tratta davvero di uno scrittore di talento.

David Leavitt si è assunto il ruolo di aedo della condizione omosessuale. Condizione di tortuosa complessità, che davanti a una mente colta europea evoca per forza le cosmogonie orfiche e gnostiche, i nomi di Platone, Saffo, Leonardo, Proust, Pasolini. E che invece, ridotta alle trine e alle mutandine di pene d’amor perduto tra un agente immobiliare e un tosacani (si veda il racconto "Case"), non può non ingenerare una discreto sconcerto.

Ma tutto attorno il libro lievita. Il giovane cantore del quotidiano sembra riuscire finalmente a mettere da parte la propria melanconica monomania per involarsi verso ardimentosi picchi di fantasia e straniamento, realizzando bellissimi racconti come "Vedo Londra, vedo la Francia" e, soprattutto, "C’è Chips". E persino il discutibile "Le strade che portano a Roma", proprio in quanto ambientato in un’Italia che appare incredibile agli occhi di un italiano: non l’Italia della comune realtà quotidiana ma un luogo della mente, un notevole passo verso quella capacità di "finzione" che, una volta conseguita, farà forse definitivamente di Leavitt un vero scrittore.

Luoghi della mente, straniamento (con baldanzose fughe nei meandri del linguaggio) sono anche spezie fondamentali della ricetta di fabbricazione di Amy Hempel, di cui è stato presentato il secondo libro di racconti,
Alle porte del regno animale, che la conferma scrittrice di talento, per quanto forse poco godibile lontano dall’ambito dell’odierna cultura Usa con il suo birignao e i suoi tic. Un’altra scrittrice, in ogni caso, tutt’altro che "minimalista".

David Leavitt, Un luogo dove non sono mai stato, Mondadori
Amy Hempel,
Alle porte del regno animale, Serra e Riva

(
Europeo, 14 luglio 1990)

1987
Tama Janowitz



Esiste, com’è largamente noto, una pubblicazione italiana di enigmistica che vanta un numero impressionante di imitazioni, le quali tuttavia non avrebbero mai consentito di uguagliarla. Di una simile coazione a imitarsi instancabilmente sembrano soffrire anche le innumerevoli «nuove rivelazioni letterarie di questi anni in America» che da qualche tempo ci affliggono. Le quali «rivelazioni» tuttavia — a differenza della simpatica pubblicazione di cui sopra — sembrano albergare in petto una preoccupante e inguaribile pulsione a uguagliarsi, con tendenza al basso. Raccontini fragili, temini che si attorcigliano attorno a uno spunto minimo, allargandosi prolissamente a macchia d’olio secondo i dettami delle fortunate (commercialmente) scuole di scrittura creativa sorte come funghi nelle università degli Stati Uniti (sulla qualità generale dell’insegnamento ivi impartito, si veda l’esilarante romanzo
Rumore bianco di Don DeLillo).

Se n’è parlato fino alla nausea. Autobiografia spicciola, traumi adolescenziali, fratellini, compagni di college, divorzi dei genitori, madri con il cancro, omosessualità impegnata o svagata, righe di coca, notti al night. Nel complesso, uno spleen esistenziale piuttosto banale, che ricorda, in ritardo di quasi trent’anni, la famosa e non troppo rimpianta «alienazione» del cinema italiano. L’unico che ha tentato di allontanarsene, se non altro per non imitare se stesso, è stato Jay McInerney, il quale, però, avendo abbandonato le «luci di New York» per scrivere un secondo romanzo molto più notevole (
Riscatto), è andato incontro a un discreto insuccesso di pubblico, con persino qualche rimbrotto di critica. Dopo di che, ammaestrato, sembra tornato di corsa alle «luci» di cui sopra, almeno a giudicare dal nuovo inizio (comunque molto interessante) di romanzo che ha fatto circolare.

E cerca di evitarle con decisione anche la bomba letteraria di questi ultimi giorni, la trentenne Tama Janowitz, il cui libro di racconti
Schiavi di New York (New York, come si vede, c’è sempre, con le sue notti, i suoi night e le sue righe di coca), ha sbalordito nei mesi scorsi l’America, facendo ripescare anche il romanzo Un padre americano, pubblicato senza eccessiva fortuna sei anni or sono. Entrambi i libri ora sono usciti in Italia, uno dalla Bompiani e l’altro dalla Longanesi, che sembra si stiano disputando il terzo, A cannibal in Manhattan.

I due libri, letti in contemporanea, non appaiono molto omogenei, fatto che risulta comunque del tutto comprensibile se si tiene conto che il primo, il romanzo, è stato pubblicato quando l’autrice aveva sui venticinque anni, o meno. Parleremo dunque anzitutto di questo, come opera di formazione di una scrittrice senza dubbio di notevole interesse. Si tratta di una lunga vicenda famigliare di stampo psicoanalitico e autobiografico, ma realizzata con sagace uso e stravolgimento dell’autobiografia a fini di intreccio. Gli elementi di autobiografia risiedono nella rappresentazione della famiglia, con un padre psichiatra e una madre poetessa (come nella realtà della famiglia dell’autrice). Lo stravolgimento sta invece nell’abilità con cui la stessa autrice si fa protagonista, mettendosi dentro i panni di uno dei due figli maschi della coppia, ragazzotto buffamente complessato, incapace di trasformarsi in un adulto donnaiolo come il padre. Vicenda che si connota di truculenta sanguinarietà (con precisi ascendenti nella narrativa di John Irving) quando il padre uccide involontariamente la madre (e alla fine mutila se stesso per errore). Segue una lunga digressione in un realismo grottesco sul quale si potrebbe discutere (sempre più alla John Irving), con l’intermezzo di un viaggio di apprendistato in Inghilterra e Francia, cui seguono la scoperta della donna e del sesso, e la confusa nascita di un bambino. A concludere il tutto viene il colpo d’ala finale, con il giovane che crede di essersi finalmente «liberato», di essere diventato «adulto», e che scopre al contrario di essere ridotto a una definitiva vittima del «padre americano», costretto ad accudirlo per sempre nella sua condizione di mutilato. Molte le intenzioni e gli occhieggiamenti psicoanalitici, forse un pochino acerbi i risultati.

I racconti, in una definitiva esplosione di realismo grottesco, vengono circa cinque anni più tardi del romanzo e logicamente appaiono più compatti, più maturi, vergati con stile più sicuro e scrittura tambureggiante. Come da titolo, si svolgono sullo sfondo della solita New York a tinte livide ormai regolarmente rappresentata da cinema e letteratura, e mettono in scena una stupefacente schiera di artisti assortiti, pittori, galleristi, cineasti, sperdute donne imparentate con i personaggi di Woody Allen, miliardari texani che collezionano arte contemporanea e sono ex allevatori di tacchini, sniffate di coca, cene da duecento dollari a coperto, cani ingordi, gatti nevrotici, sfrenate partite dilettantistiche di baseball in cui manca solamente il bracchetto Snoopy, e così via. Insomma, più o meno l’ambiente in cui si penserebbe che trascorra il suo tempo l’autrice, già amica del defunto Andy Warhol e presentata (anche dalla nostra RAI TV) come una spericolata e variopinta amazzone delle discoteche. Lei invece — abile e intelligente promotrice di se stessa — dichiara di vivere soltanto in compagnia di qualche animaletto domestico e di passare il tempo a scrivere.

Tama Janowitz, Un padre americano, Longanesi
Tama Janowitz,
Schiavi di New York, Bompiani

(Il giornale, 27 dicembre 1987)

1987
Lorrie Moore


Evviva l’America. Due volte evviva. Raymond Carver, ispiratore riconosciuto di tutta la recente ondata di autori americani esordienti, ci informa attraverso le interviste di essere finalmente arrivato, dopo grandi difficoltà, a campare della sola attività di scrittore. Il tutto è cominciato nel 1983, quando gli è stata assegnata la borsa di studio Mildred e Harold Strauss Livings, pari a 35.000 dollari all’anno per cinque anni. Viva lo spirito mecenatesco! In Italia le uniche striminzite sovvenzioni a favore degli scrittori sono rappresentate dai premi letterari, su cui si scatenano cupidigie grottesche e ire implacabili, mascherate da sottili distinguo stilistici. Esilissime cifre, che comunque lo Stato italiano — con Risoluzione ministeriale n. 8/1251 del 28 ottobre 1976 — assimila alle vincite ai cavalli, come tali tassandole. Arriverà mai il giorno in cui verrà pubblicamente affermato e sottoscritto che l’attività letteraria è assimilabile al lenocinio?

E se il povero autosufficiente scrittore italiano tenta di sopravvivere tenendo tra l’altro conferenze e simili, apriti o cielo! Si scatenano fiumi d’inchiostro a polemizzare sull’usanza di vendere il proprio lavoro a pagamento. E se comunque il malcapitato affronta la scomunica e accetta un «cachet» per partecipare a un noiosissimo e totalmente inutile dibattito (che cosa non fa fare la fame!) l’ente pubblico organizzatore, dopo sei mesi (leggasi per esempio Comune di Como) sarà ancora lì a pensare dove trovare la misera cifra per provvedere al saldo. Ahinoi!... Così, anche aiutati dall’intenso spirito pionieristico dei nostri editori, lasciamo che gli eventuali giovani autori italiani muoiano prima ancora di nascere e continuiamo a leggere testi di esordienti americani, che sono banalotti quanto basta, ma hanno a disposizione università che funzionano (dando ricetto remunerato a scrittori, conferenzieri, insegnanti di scrittura creativa e simili) ed enti privati e pubblici pronti a spettacolari quanto occhiute operazioni di mecenatismo culturale.

Dunque eccoci a recensire il settimo esordiente americano nel giro di un anno. La giovane e brava Lorrie Moore, con i racconti intitolati
Tutto da sola. Trent’anni, grinta volitiva, insegnante universitaria di letteratura inglese. Una volta tanto una che sa qualcosa. E lo si capisce. Il suo fare letteratura è il più colto e, con quello di Peter Cameron, di cui abbiamo già avuto modo di parlare, senza dubbio il più aderente a quelli che sembrerebbero essere i dettami (se esistono) del post-minimalismo. Fatti minimi, vita privata, straniamento, immaginazione. Per la prima volta, nel suo racconto Come si diventa scrittrici, si vedono agire i famigerati corsi di «scrittura creativa».

«Quest’anno», scrive baldanzosamente la Moore, «il professore di scrittura creativa ha deciso di porre l’accento sull’importanza dell’Immaginazione. Il che significa che non vuole lunghi racconti descrittivi del tuo campeggio del luglio passato. Vuole che cominci con un contesto realistico ma soltanto per alterarlo in seguito... Vuole che tu lasci salpare l’Immaginazione, che la lasci gonfiare nel vento...». L’
immaginazione. Me ne parlava con calore l’unico docente di «scrittura creativa» che ho avuto il piacere di conoscere. Lo scrittore Hugh Nissenson. «Non so se i miei allievi diventeranno scrittori famosi», diceva. «Né è questo che io debbo insegnare loro. Mio compito è insegnare loro a imparare a leggere — (già, giovani autori italiani: imparare a leggere!) — e a sviluppare l’immaginazione

Ma il «semestre seguente», riprende spiritosa e diabolica la Moore, sempre nello stesso racconto, «il professore di scrittura creativa è ossessionato dall’esperienza personale. Devi scrivere attingendo a quello che sai, a quello che ti è successo. In tre anni ti sono successe tre cose: hai perso la verginità, i tuoi genitori hanno divorziato, tuo fratello è tornato da una giungla a dieci miglia dal confine cambogiano con metà coscia in meno...»

Straordinaria, geniale recensione (al vetriolo) di tutto il cosiddetto minimalismo, da David Leavitt in giù e in su, compresa la Jayne Anne Phillips di un paio di anni fa, autrice di
Biglietti neri e del romanzo Sogni meccanici (qualcuno se ne ricorda ancora?) «Di tanto in tanto», conclude la bravissima Nostra, «un corteggiatore dalla faccia inespressiva come un foglio bianco ti chiede se gli scrittori soffrono di crisi di scoraggiamento. Digli a volte sì a volte no. Digli che è un po’, un bel po’, come avere la poliomielite.» Bravissima Moore. Eppure ha a disposizione borse di studio come la Mildred e Harold Strauss Livings. Figurarsi qui da noi, con il premio Roccacannuccia, assimilabile a una vincita ai cavalli...

Lo stile di questa giovane autrice è capace di toccare molte corde, dal sottilmente ironico al beffardamente sbarazzino, dal dolente al tragico, in testi essenziali, che molto spesso sfociano apertamente in poesia, come nella straordinaria conclusione del racconto
Fai così. Anche in lei, comunque, sembrano non aver mancato di attecchire i semi di un certo conformismo generazionale. Ci si era molto meravigliati, l’anno scorso, di leggere il romanzo Le mille luci di New York, di Mac Inerney, scritto in seconda persona: la adotta anche lei, per accentuare i propri sottilissimi sensi di straniamento. E il precariato dei mestieri, già notato soprattutto in Peter Cameron. «Forse insegna alle medie», scrive in Come. «O è caporeparto in una fabbrica di cartone.» E la mamma. E la morte per cancro...

Lorrie Moore, Tutto da sola, Bompiani

(Il giornale, 10 luglio 1987)

1987
Peter Cameron


Evviva! Evviva! Ce ne sono voluti sei, ma alla fine il «minimalista» lo abbiamo trovato. Tale è infatti il numero dei giovani narratori esordienti offertici nel corso degli ultimi dodici mesi dalla nostra industria editoriale. Non italiani, naturalmente (ci mancherebbe altro). No: americani. Più che un movimento letterario, come faceva argutamente notare Masolino D’Amico dalle colonne di Tuttolibri, una specie di «epidemia». Tutti e sei accomunati sotto una formula, quella del «minimalismo», che, in verità, non ci trova affatto consenzienti. Non è certamente «minimalista», infatti, il più bravo dei sei, Jay MacInerney, con il suo corposo spirito di avventura, urbano o internazionale, gaio o dolente. Non lo è il più decantato (in Italia), David Leavitt, con la sua intimistica, lamentosa e ripetitiva invocazione di una libertà esistenziale più che garantitagli dalla comune morale americana. (Pare persino che, a Milano, si sia lamentato della definizione di «minimalista», evidentemente ignaro del fatto che a essa è in massima parte dovuto il suo successo italiano.) Non lo è Brett Ellis, con il suo levigato e furbo pseudo-furore iconoclasta (coloro che hanno tagliato e ricucito il suo diario adolescenziale tendevano caso mai ambiziosamente alla tragedia generazionale). Non lo è Susan Minot, con i suoi pensierini sulla vita di famiglia, che sono solamente banali. Lo è forse, ma soltanto vagamente Amy Hempel, con il calligrafismo esistenziale dei suoi temini.

Lo è invece, e a fondo, il ventiseienne (più o meno) Peter Cameron, di cui viene ora pubblicato in Italia il primo volumetto di racconti, premiatissimo in patria e intitolato
In un modo o nell’altro. In un modo o nell’altro, sembra dire il ragazzo, tiriamo avanti anche noi ventenni americani degli anni Ottanta. Con una vita minima, fatta di eventi minimi, studi minimi, cultura minima, occupazioni minime, sentimenti minimi, emozioni minime, solitudini minime, tragedie minime. Come andremo a finire? In un modo o nell’altro non importa. Quello che importa è fissare sulla carta, a futura memoria, il generale stato di malessere della generazione. Un malessere non necessariamente legato a una condizione privata totalizzante (Leavitt), a un latente spirito di ribellione (MacInerney ed Ellis), all’urgenza psicoanalitica di raccontare se stessi (Hempel) ovvero la mamma, confusa con le proprie radici storiche (Minot), ma aleggiante per conto proprio, impalpabile eppure pervadente. Un malessere sotto molti aspetti simile al «precariato» che lamentavano i nostri tristi ventenni dei cupi anni Settanta, prima dell’avvento del volontarismo yuppy.

Con bello stile e sottile understatement Peter Cameron racconta quattordici vicende umane minime. Di giovani e non più giovanissimi. Di uomini e donne. Personaggi tutti che questa vita minima la praticano inconsciamente e di fatto la desiderano. Una vita che scorra banalmente, le cui cadenze non siano segnate da «riti», come afferma la protagonista del racconto intitolato — non a caso — Lavori strani. Lavori invero strani, appunto «precari»: dimostratore di profumi da Bloomingdale, operatore in un cinema di periferia, commesso in un negozio di dischi aperto anche di notte. Una vita per la cui definizione si può persino andare in cerca di una formula matematica, come fa il ragazzo protagonista del racconto intitolato Compiti a casa. «Sto elaborando» — pensa costui — «un nuovo problema: trovare il valore di n tale che n più qualsiasi altra cosa nella vita ti faccia sentire felice. A che cosa equivarrebbe n? Trovare n.» Anche la sua tristezza, minima ma credibilissima, amara, il suo malessere, il suo disagio, sono stati provocati da un evento di minima banalità: la morte di un cane, ucciso da un carrello di supermercato.

Storie da cui il citato disagio, dapprima latente e poi sempre meno confusamente avvertibile, a poco a poco prende a distillarsi, facendo insorgere nel lettore una profonda inquietudine. Il disagio, per esempio, che connota la visita di un adolescente, con padre e madre, all’arizoniana abitazione dove vive lo zio omosessuale con il suo compagno. Racconto di grande bellezza, fatto soltanto di accenni minimi, che fa capire più di dieci sproloqui alla David Leavitt come nonostante tutto continui a essere malinconicamente emarginata la condizione omosessuale anche in una società di dichiarata tolleranza come quella degli Stati Uniti. I tollerantissimi genitori lo lascerebbero lì, a casa dello zio e dell’amico, per andare a fare un giro da soli, per festeggiare in privato una ricorrenza, ma lui in qualche modo si sente — appunto — a disagio. Perché? Cameron non risponde. Non provoca sensazione. Non scandalizza. Lascia pensare.

E gli eventi, i personaggi, i sentimenti minimi si susseguono, non riuscendo purtroppo a sfuggire a certe tematiche — la mamma morente (tutti), il cane morto (Hempel e Cameron) eccetera — che sembrano obbligatorie per i giovani usciti dai corsi americani di «scrittura creativa», anche se in una sua intervista italiana MacInerney ne negava calorosamente l’esistenza. Tuttavia, nel caso di Peter Cameron, esse riescono comunque a coinvolgere sempre più il lettore nel disagio generazionale raccontato da un autore che per ora rappresenta una scoperta interessante e che si spera sappia confermare e approfondire nelle opere future le proprie qualità.

Peter Cameron, In un modo o nell’altro, Rizzoli

(Il giornale, 19 aprile 1987)

1987 - 1991
Bret Easton Ellis


Nel ’32 il ventenne Paul Nizan scriveva Aden Arabia, iniziandolo con la famosa invettiva: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita... E’ duro imparare la propria parte nel mondo.» Un mondo su cui gravavano e incombevano momenti di grande durezza. Il nazifascismo, lo stalinismo, la guerra. Trovato — tale mondo — un nuovo assetto, anche l’opera di Nizan trovò nuovi estimatori: i ventenni degli anni ’60, molti dei quali — ribelli al di cui sopra mondo — partirono anch’essi per loro «Arabie», più o meno reali, più o meno letterarie. Chi potrà mai impedire ai ventenni di voler cambiare il mondo? Chi potrà mai impedire al mondo di cambiare? E così, ora, 1986, dalla sponda americana del Pacifico arriva l’ennesima invettiva di un ventenne, che non è chiaro se ritenga importante o possibile cambiare il mondo, ma che certamente in quello attuale sembra far capire (non si può mai essere troppo sicuri) di trovarsi in qualche modo a disagio. E’ contenuta in
Meno di zero, opera prima di Bret Easton Ellis. Ventidue anni. Membro di rilievo dell’emergente schiera di giovanissimi autori nordamericani degli anni Ottanta.

È la stessa vita, sembra voler dire il poco più che adolescente autore californiano, a valere
Meno di zero. Quindi la si può buttare via così, a diciotto anni, nei quartieri più fascinosi di Los Angeles o nei luoghi di vacanza più esclusivi della California desertica, a bordo di auto che non possono essere meno prestigiose di una Ferrari, di una Mercedes, di una Porsche, con in tasca centinaia di dollari da consumare in frenetiche sarabande di cocaina, tra una seduta distratta dallo psicanalista e un incontro annoiato con un genitore, tra un film imbecille e un videogame idiota, tra un burghy velenoso e un letto disinvoltamente bisessuale. Oppure il film ce lo si proietta in casa — Los Angeles, si sa, è la culla del cinema americano, e molti dei suoi ragazzetti sono figli del dorato mondo di Hollywood —, ma allora costerà quindicimila dollari e conterrà un paio di stupri di minorenni di entrambi i sessi, più una castrazione dal vivo. E il sublime protagonista lì a dirsi: «Mi domandavo proprio a che cosa potesse servire quella sega elettrica». Veramente weird, ovvero bizzarro. E se la cocaina non basta, si fanno marchette. Andando agli appuntamenti con il magone, ma — ovvio — in Porsche.

E se si trova per strada il cadavere di un ragazzo morto per overdose di eroina, lo si osserva con sensazioni miste di divertimento e interesse e gli si molla un calcio. Poi si va via, dopo avergli ficcato una sigaretta in bocca. Tanto la vita vale Meno di zero. E se si vuole avere un po’ di autentica eccitazione, be’, ci si chiude in una casa dove si procede a violentare in gruppo una bambina di dodici anni, dopo averla accuratamente legata (chissà mai, potrebbe anche scalciare e fare male ai piccoli Rambo californiani) e drogata. Eh, sì: come valgono Meno di zero certe vite! Così Clay, diciottenne protagonista di cotanta vicenda autobiografica, dopo essersi aggirato a lungo per siffatte piacevolezze, trovandole in definitiva piuttosto tetre, apre finalmente una fessura di occhio e con discreto sdegno se ne va da Los Angeles. Dove? Non è dato sapere. Si spererebbe a lavorare, a poche decine di miglia più a sud, dove comincia un intero continente di pena e fame, ma c’è da dubitarne. Nella sua appassionata postfazione Nanda Pivano ci informa che Ellis sta già scrivendo il secondo romanzo autobiografico, sulle proprie esperienze universitarie. Chissà se varranno più o meno di zero?

Romanzo profondamente sgradevole,
Meno di zero appare tuttavia, a prima vista, in certa misura intrigante. Bret Ellis, infatti, ne emergerebbe come uno scrittore in fieri. E di notevole grinta. Lo confermerebbe il modo come nel suo testo si usa la lingua (molto ben reso dalla traduzione) e tagliano le scene, il piglio con cui vi si affronta la narrazione. Il tutto condito dall’implacabile cinismo con cui viene sfruttato il sensazionalismo delle situazioni. Ma è sempre Nanda Pivano, nella sua vibrante difesa del libro, a spiegarci come esso sia un collage di pezzi, tagliati da un testo di cinquecento pagine e impecettati a cura dei redattori di un’importante casa editrice americana. Ai fini di un meditato giudizio critico, sarebbe stato utile leggerlo tutto, in originale. Forse sarebbe risultato più facile cogliervi ciò che alcuni vogliono a tutti i costi vederci, e cioè un atto di denuncia nei confronti della generazione impegnata nella battaglia per tutte le libertà — civili, razziali, sessuali, comportamentali —, ovvero la generazione cui appartengono i genitori di Clay (sarà casuale che questo nome significhi «argilla»?) e dei suoi coetanei. Così, invece, se ne coglie soltanto una filosofia vagamente ripugnante, e cioè che gli «eccessi di libertà» produrrebbero soltanto ineluttabile angoscia e coazione a morire. Tesi che non lascerebbe indifferenti i regimi politici meno gradevoli. Secondo altri, Meno di zero sarebbe un ritratto spietato delle giovani generazioni odierne. Può darsi che sia così. Ma sarebbe stato meglio lasciare che l’autore lo dicesse in diretta, senza il senno di poi dei tagli praticati da altri. Dal collage di suoi testi, infatti, non emerge altro che qualche sprazzo di una cultura omologa a quella diffusa nel nostro paese da certe pubblicazioni a fumetti di bassissima lega, scritte da adulti e indirizzate alle giovani vittime designate del filosofema pubblicitario.

Bret Easton Ellis, Meno di zero, Pironti

(Il giornale, data ignota 1987)

2. Sarà interessante l’idea di chinarsi su un mendicante, sia pure negro, fingendo beneficamente di volergli fare l’elemosina, e invece cacciargli un coltello in entrambi gli occhi? Sarà divertente quella di massacrare un paio di ragazze, sia pure di facili costumi, dopo averle indotte con la droga e con il dollaro a diverse sciocchezze molto hard core tra loro; e poi a una delle successive malcapitate infilare in corpo una grossa pantegana onde farla divorare dall’interno, naturalmente dopo avere goduto del suo cadavere? Sarà bella quella di sgozzare un bambino di cinque anni allo zoo e impiastricciarsi del suo sangue? E poi, già che ci si è, dei poveri corpi sarà gratificante l’idea di mangiucchiare brandelli di pudende; e, per non perdere l’allenamento, torturare qualche cagnetto e persino dei criceti, lasciandosi sfuggire con rammarico soltanto le foche del sopra citato zoo? Mah. Il mondo è bello perché è avariato. Tutti i gusti sono gusti. E l’americano Bret Easton Ellis, autore di American Psycho, in visita in questi giorni in Italia, pare credere che di gente con gusti del genere ce ne sia tanta, almeno nella New York yuppie. E che siffatti individui sappiano leggere. Traendone la logica convinzione che inzeppare di simili amenità un libro sia una buona ricetta di successo.

Giovanissimo, ventisette anni, di Los Angeles, Bret Easton Ellis è bravissimo a far parlare di sé. Qualche anno fa, poco più che adolescente, aveva suscitato discreto scalpore con
Meno di zero, truculento libro in cui raccontava come, stufi di drogarsi e di prostituirsi ai tycoon del cinema tanto per passare il tempo, gli adolescenti maschi ricchi di Los Angeles amassero praticare il massacro di qualche sfortunato coetaneo povero al fine di realizzarci sapide videocassette dal vivo. Nessun commento. Nessuna recriminazione. Decida il lettore.

Certo mondo letterario gli ha dato retta. Il libro pare che in America abbia avuto successo (in Italia no), tanto che, nonostante il fiasco del secondo,
Le regole dell’attrazione, una delle più importanti case editrici Usa, la Simon & Schuster, gliene ha commissionato un terzo per la modica cifra di trecentomila dollari (circa quattrocento milioni di lire). Detto fatto, il bravo Ellis, messosi alacremente al lavoro, si è presentato all’editore con un manoscritto grondante sangue. Lettolo, il direttore della Simon & Schuster, persona di stomaco fragile, è inorridito. Se lo riprenda, è troppo di cattivo gusto, per noi è impubblicabile, ha fatto dire all’intraprendente giovane. Il, quale, senza battere ciglio, chiesto agli amici di elevare altissimi lai in nome della libertà di espressione (non esisterà anche quella di esprimere il proprio disgusto?) e soprattutto difeso a spada tratta il diritto al compenso, ha immediatamente trovato un altro editore, la Vintage Books, consociata della poderosa Random House. E presumibilmente un altro anticipo, di cui nessuno conosce l’entità.

Ora il giovanotto, insieme al libro, è sbarcato in Italia. Anche nel nostro mondo editoriale, sempre pronto a spolpare i propri autori giovani più promettenti con inghippi contrattuali degni di un suk nordafricano e perennemente incapace di trovare i mezzi per pagare in maniera decente i bravi traduttori, sono stati reperiti circa sessanta milioni per assicurarsi in anticipo tanta bellezza. Quarantacinquemila dollari. Pare ci sia stata un’asta, indetta dall’agenzia Susanna Zevi, alla quale per altro sembra non abbiano partecipato in molti. Rizzoli, Longanesi, Leonardo e altri se ne sono dissociati con fastidio, se non con sdegno. Sia come sia, ha vinto la Bompiani, che ora ci offre il libro con i suoi 18 cannibalistici sbudellamenti (8 donne, 9 uomini e 1 bambino), e l’autore.

Eccolo qui, il bravo Ellis, un bambinone ipernutrito, bianco e rosso, grande e grosso, vestito da cani, con certe calzette di un bianco ambiguo sotto a mocassini neri e sudici che farebbero inorridire tutti i suoi personaggi nessuno escluso. "Ma come, lei non è un implacabile osservatore del costume? I suoi personaggi non sono tutti griffati, dalle calze all’asse del gabinetto?" Piedi grossi e cervello fino: nonostante le dimensioni, il ragazzone dribbla come un brasiliano. Gli hanno o non gli hanno dato trecentomila dollari, più le frange? Pretende e merita commerciale considerazione. Nessuna domanda sembra metterlo in difficoltà. Caso mai risponde "non so". Richiesto per esempio di spiegare in che senso nella quarta di coperta americana il suo romanzo venga definito "fondamentalmente morale", risponde esattamente così: "Non so. Non l’ho scritta io".

E anche quando gli viene chiesto di dare una spiegazione circa il significato recondito dell’ultima frase del libro, scritta in maiuscoletto, THIS IS NOT AN EXIT, ovvero "questa non è un’uscita", che di solito si trova all’interno dei locali pubblici a indicare che per quel pertugio non c’è modo di uscire, di scappare, di tagliare la corda, di salvarsi, la risposta è uno sconsolante e sconsolato "non so". Pure l’ha scritta lui, no? Perché ha scelto proprio quella? Perché non ha scritto, che so io, "Fuck off" o qualche altra carineria del genere? "Questa o un’altra, che differenza fa? Anzi, adesso che ci penso bene, nella prima stesura mi pare proprio di avere scritto “Fuck off’”. Ma io sono l’autore, e l’autore è la persona meno indicata per dare una chiave di lettura di ciò che scrive." Mamma mia.

E comunque: "Quelli che si griffano sono il mio protagonista e i suoi amici, non io. Io di vestiti e roba del genere non so quasi niente. Mi vesto come capita." E si vede, ma allora, oltre a quaranta pagine di cadaveri in vario modo vilipesi e di scenette hard core, come ha fatto a riempirne almeno altre duecento con pure e semplici marche di biancheria, giacche, cappotti, sciarpe, cravatte, foulard, scarpe, profumi, tranquillanti, stimolanti, automobili, apparecchi hi-fi, videoregistratori, piatti, bicchieri, mitragliette e sparachiodi?

"Didascalie di foto di moda. Ero diventato un vero e proprio esperto di “fashion”. Ho studiato montagne di riviste come Vanity Fair e GQ ." Caspita, e perché? "Per esprimere la mia condanna del mondo del protagonista, che è unicamente motivato dall’avidità." Senza mai azzardare nemmeno un giudizio? E, comunque, quale avidità? Costui va ogni tanto in un ufficio da yuppie, ma in realtà, essendo ricchissimo di nascita, non guadagna mai un centesimo. Non fa niente dal mattino alla sera tranne usare la carta AmEx di platino e pensare ad andare in palestra, vestirsi e scannare qualcuno."Un’avidità di "avere" che si estende persino al corpo degli altri."

Ah, be’, meno male, così qualcosa di lui veniamo a scoprire. Perché altrimenti non si sapeva un bel niente, al di là del fatto che ha una madre matta, in clinica, che compare per circa mezza pagina, e un fratello nevrotico, Sean, compagno di college di Paul Denton, che sarebbe poi uno dei protagonisti di
Le regole dell’attrazione, oltre a essere compagno di college anche del protagonista di Meno di zero. Che cos’è, un tentativo di collegare alla Balzac tutti i suoi romanzi tra loro, realizzando una truce comédie humaine del nostro tempo? "Non saprei. A me sono venuti così."

Certo, come ha scritto Norman Mailer in un saggio al tempo stesso durissimo e possibilista ("non lo perdono"), negargli la pubblicazione dopo avergli commissionato il libro ha avuto poco senso — caso mai ha innescato il clamore del lancio —, ma il difetto di fondo dell’operazione di Ellis non sta tanto nell’aver scritto un testo così smaccatamente sensazionalistico, quanto nell’averlo scritto troppo male, dandoci una "plastica da horror-shop" e soprattutto facendo "alla prosa ciò che il suo protagonista fa alle vittime".

Con un effetto generale, si aggiunga, di un tedio plumbeo. Che espressioni le vengono in mente, per definire il suo libro? "Non saprei? Geniale? Un capolavoro?" E ridacchia. Ma a chi lo definisse noioso, lei che cosa replicherebbe? "Che probabilmente è vero. Io stesso mi sono molto annoiato scrivendone parecchie parti." E allora perché le ha scritte? Via di nuovo con la solfa del Grande Autore Travolto dall’Ispirazione: "Non credo che uno scrittore debba o persino possa rendere conto dei propri motivi. Le ho scritte così perché così mi venivano."

Ma quando scrive roba del genere, lei ha in mente un lettore particolare? "Ci mancherebbe altro. In quella fase, l’unico lettore di me stesso sono io." Vabbé, ma trecentomila dollari di anticipo non implicano una certa responsabilità, se non altro quella di corrispondere alle aspettative dell’editore e quindi di cercare un pubblico il più vasto possibile? "Senta, ha idea di quanto prende gente come Stephen King o anche Norman Mailer? Io non ho mai sentito di un editore che regali soldi. Se me li hanno dati, è perché pensavano di vendere di conseguenza. Del libro abbiamo parlato a lungo e io ho spiegato per filo e per segno quello che intendevo fare. Se poi il mio testo non ha corrisposto alle loro aspettative di natura commerciale..." Vuole dire che la Simon & Schuster glielo avrebbe restituito perché pensava di non venderlo? "Neanche per idea." Be’, lo ha appena detto lei.

L’espressione che si dipinge sul viso del ragazzone è profondamente seccata. Quasi come quella che fa da contorno all’osservazione che il cassis che compare due volte nel libro onde connotare il grande chic dei personaggi, che discettano puntigliosamente per un paio di pagine circa l’opportunità o meno di versarlo nello champagne, non può essere "di mirtillo", essendo esso stesso ribes nero. E che è singolare che un personaggio indossi una cravatta di Ralph Lauren e due pagine più avanti, nel corso della stessa serata brava, ce l’abbia invece di Versace. Eccetera eccetera, di approssimazione in errore.

"Ho deciso io che doveva essere così. Che cosa può importare una cravatta in un testo di quattrocento pagine?", sbotta lui, facendosi rosso. Niente, niente, per carità, visto soprattutto il diluvio di capi di abbigliamento che ne occupa più di duecento. Credevo, però, che questa tremenda società che lei sostiene di condannare, capace di suscitare una tale carneficina da parte di un individuo, fosse definita proprio da un totale vuoto culturale, campito soltanto dall’ossessione di "comparire" oltre che di "avere". E quindi da una maniacale precisione di abbigliamento e oggettistica varia."No, non è così." Come è, allora? "Non so. Io lascio decidere al lettore."

Qualcuno potrebbe pensare che più che all’ambito della letteratura un simile modo di scrivere pertenga a quello della camicia di forza: le ragioni dell’ "arte" sembrerebbero ben altre. Ma bisogna considerare che Ellis è giovane, conosce i giovani e opera in ambito giovanilista. Quanto alle conseguenze sociali che potrebbe avere il suo lavoro è stato scomodato il concetto di pifferaio di Hamelin: lui davanti a suonare e gli altri dietro, come tanti topi. È stato ribattuto che nessuno si metterà certamente a scannare bambini per avere letto i suoi libri. Nella realtà che ci circonda c’è ben altro. Per contare gli assassini di massa, nella società americana, non bastano le dita di diverse mani. E persino in Russia, un mesetto fa, è stato scoperto un giovanotto che ammazzava donne per farne ravioli. Il problema è certamente complesso, ma scopo della forma letteraria "romanzo" sarà quello di fare da specchio pari pari alla realtà circostante, o di ricrearla con gli strumenti della fantasia e dell’invenzione? Quanto poi alle possibilità che qualcuno possa essere preso da insano spirito di imitazione, mettendosi a scannare bambini, chi può sapere? Vale poco replicare che alla fine del romanzo diventa chiaro che è tutta una finzione, che gli omicidi in serie sono avvenuti soltanto nella contorta mente del protagonista. Basterà, dopo avere tirato il sasso, nascondere la mano?

Per rimanere in ambito giovanilistico, diventa d’obbligo fare ricorso a un paragone di basso profilo. Com’è noto, esiste una corrente di pensiero che considera con molta attenzione i teppisti che la domenica vanno allo stadio armati di spranghe e coltelli, senza la minima intenzione di godersi la partita ma all’unico scopo di provocare disordini. Rappresenterebbero il disagio sociale, si dice, senza tenere conto del fatto che spesso allo stadio ci vanno con tanto di biglietto omaggio. E che anche loro, una volta lanciato il fatidico sasso, nascondono virtuosamente la mano, in modo da lasciare nelle peste gli allocchi seguaci. Bene: se costoro appartengono al mondo dello sport, allora è probabile che anche i parti della sanguigna fantasia di Bret Easton Ellis possano essere assimilati alla narrativa. Con un bel biglietto omaggio da alcune centinaia di migliaia di dollari, in nome del disagio sociale che ha sofferto. Me lo dice lui stesso: "Questo è il mio libro più autobiografico. Con esso ho voluto esprimere tutta la mia depressione."

Bret Easton Ellis, American Psycho, Bompiani

(
Europeo, 27 settembre 1991)

1988
L’antologia "Americana Anni ’80"

Nulla si crea e nulla si distrugge, tranne le mode. In particolare quelle letterarie. Così nella sua più recente prefazione (come sempre appassionante, appassionata e dotta) Fernanda Pivano annuncia l’avvenuta scomparsa del concetto di «post-minimalismo» applicato alla giovane generazione di narratori americani. Scomparsa che non mi affligge particolarmente, dal momento che da alcuni mesi (e con me Giovanni Arpino) non perdevo occasione per segnalare pazientemente l’inesistenza del fatto in quanto movimento letterario o aggregato di scrittori. Ciò che non esiste non può nemmeno scomparire. La succitata prefazione è stata stesa per l’interessante antologia curata negli Stati Uniti da Debra Spark per raccogliere i testi di venti giovanissimi sotto i trent’anni (20 under 30 ne è infatti il titolo americano) e pubblicata in Italia da Guanda con il titolo Americana Anni ’80.

Scomparso finalmente, e con scarso onore, il «post-minimalismo» (e in attesa di prendere le sue giuste misure anche al prezzemolo letterario-artistico sommariamente definito «minimalismo», padre spirituale del «post-»), la citata antologia, pur con i suoi limiti, consente tuttavia di registrare un fatto assai confortante. Se mai si era potuto dubitarne — e leggendo le opere di certi cosiddetti «minimalisti» ci si era arrivati molto vicini —, la narrativa americana si dimostra più che mai vitale e più che mai sa donarci prodotti di intrigante qualità. Non tutti i venti autori raccolti sono dello stesso livello, né, come una rondine non fa primavera, un solo buon racconto può bastare per fare un buon narratore, ma le premesse ci sono, e sono molto confortanti.

Negli Stati Uniti è stato obiettato che la raccolta non sarebbe sufficientemente significativa delle tendenze della giovane narrativa americana, in quanto sostanzialmente rappresentativa soltanto di due «scuole di scrittura», quella della Columbia e quella della Iowa University, con l’aggiunta di qualche nome più di richiamo che di qualità (Minot, Leavitt) e che inoltre essa, rischiando il puro cerebralismo, non avrebbe alcuna unitarietà stilistica. D’accordo sulla prima osservazione, ritengo invece che la seconda caratteristica costituisca il vero interesse e il motivo unificante del volume. I venti testi, infatti, spaziano su un campo amplissimo di strutture narrative, dal racconto tradizionale a forme più o meno sperimentali, che vanno dalla memoria giovanile, all’esperienza della solitudine metropolitana, al flusso di coscienza, al bozzetto razziale, al racconto di tono surrealista, al clip.

Ed è proprio tale varietà, secondo me, a creare l’unitarietà dell’opera all’insegna dell’«immaginazione». In altre recensioni o interviste ho già avuto modo di far notare come tale elemento sia considerato di fondamentale importanza nei corsi di «scrittura creativa» ormai pullulanti nelle strutture scolastiche americane. Ne ha parlato lo scrittore Hugh Nissenson, che ne tiene uno, ne ha scritto la brava Lorrie Moore (anche lei una dei venti antologizzati) in uno dei racconti contenuti nel libro
Tutto da sola (e ripreso in Americana anni ’80). Infine ne ha parlato Jay McInerney (Le mille luci di New York, Riscatto) nei suoi recentissimi incontri milanesi. «Immaginazione» come capacità di espandere a macchia d’olio quella che chiameremo l’«idea guida» del racconto, il momento dell’ispirazione (realistica), senza seguire uno schema o una pista obbligatoria, ma per empatia, per analogia, per similitudine, per associazione d’idee e così via. Dunque «immaginazione» e tecnica dei corsi di «scrittura creativa» come fatto unificante. Perché e come, poi, da questi elementi sia derivata una così notevole fioritura di talenti letterari, è tutto da scoprire.

Alla base di tale fioritura si può tentare di porre la scoperta dell’utilità — e quindi la diffusione — dei sopra citati corsi nelle strutture scolastiche Usa, proprio nel momento in cui l’editoria di quel paese — come quella di tutto il mondo — si trovava in grave difficoltà, a dover affrontare pesanti problemi di identità, di rinnovamento. Diffusione caldeggiata da personaggi dell’editoria intelligenti e lungimiranti, e favorita evidentemente da una calorosa risposta in ambito scolastico, pubblico e privato (auspicare una simile «utilità» sociale delle strutture della pubblica istruzione anche in Italia è troppo?). Insomma, la struttura-scuola al servizio della scrittura (e della società) «moderna» e la struttura-editoria come cassa di risonanza produttivo-commerciale di quanto così realizzato. I risultati li abbiamo davanti agli occhi.

Certo non è tutto oro, come ho più volte avuto modo di far rimarcare, ma è noto come dalla quantità, molto spesso, per processo di affiorazione o distillazione, prima o poi emerga la qualità. E così, se rimane più di una riserva per i risultati a venire di alcuni tra gli autori raccolti nell’antologia — dicasi per esempio Emily Litsfield (troppo "clip"), Kate Wheeler e Brett Lott (troppo - troppo! - "Carver"), e così via, gli esiti di altri mi sembrano di notevole livello. Ehud Havazalet, per esempio, con il suo stravolto e ammalato
Gli occhi di Natalie Wood. Oppure Jesse Lee Kercheval, con l’estenuato Donne sotterranee. E Michelle Hermann, con lo spettrale Auslander. E Majorie Sandor con il malinconico-yiddish La Gittel. Renderne conto uno per uno, in questa sede, non è praticamente possibile: si tratta di venti racconti, ciascuno con una sua «idea guida», una sua struttura, un suo sviluppo. Quasi mai banali e univoci, o imitativi l’uno rispetto all’altro. Quindi Americana anni ’80 (pur con gli indicati limiti) è un’antologia che va assolutamente meditata dal cultore di letteratura nordamericana, poiché da essa emergono alcuni di quelli che saranno quasi certamente i motivi di buona parte della narrativa futura negli Stati Uniti.

Americana Anni ’80, Guanda

(Il giornale, 24 maggio 1988)