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“Jose
Jose Saramago

Recensione: “Il quaderno” (2009)
Com'era triste Lisbona in quegli inizi degli Anni Settanta. Anzi, non triste: era malinconica. E misera. Il dittatore Salazar non governava più, era addirittura morto, ma sull'economia portoghese gravavano ancora i venefici effetti delle sue ostinate, cieche scelte isolazioniste. Non dimenticherò mai l'anziano vigile urbano che, in un parco lassù in alto, bloccò letteralmente la mia mano diretta a inserire una monetina in uno dei cannocchiali panoramici puntati sullo splendore del Tago, con il Ponte Salazar (allora, poi "25 aprile"). Si mise a frugare puntigliosamente tra la ghiaia finché trovò un'asticciola, di quelle che servono per reggere i gelati. Trionfante per la sua marachella, la infilò nella fessura destinata alla monetina, e le lenti dell'arnese furono a mia completa e gratuita disposizione. Non gratuita, però, in realtà: l'anziano omino mi fece capire che quella piccola moneta sarebbe stata molto più utile a lui che all'amministrazione della città. Bastava guardarlo per capire che ne aveva un gran bisogno: gliela diedi.

Uguali angustie e la cappa della più stolida delle repressioni, ammesso che ne esistano di non stolide, gravavano sulla cultura del Portogallo. A prescindere dai fermenti di rinnovamento che turbinavano nell'Italia di allora, e ancora di più nella Francia post Sessantotto, simili angustie si avvertivano con un senso quasi di soffocamento persino arrivando lì dalla Spagna, dove il vecchio Francisco Franco era ancora in sella ma praticamente imbalsamato dal Parkinson: la stolida oppressione continuava anche a Madrid e dintorni, ma il rinnovamento era nell'aria, entusiastico, inarrestabile, sembrava di respirarlo. In tutti i locali dei giovani, da tutti i juke-box si sprigionavano le proibitissime note di "Qué cantan los poetas, poetas andaluces de ahora?", parole di Rafael Alberti, esule a Roma.

In Portogallo nulla di tutto ciò: l'Algarve era per sua natura gelido, martellato come sempre dalle titaniche maree, anche se per fortuna l'aguardente scaldava fino nell'intimo dopo le principesche montagne di pesce freschissimo e a minimo prezzo: l'unico argomento degno di un certo interesse sembrava il Benfica del calciatore Eusebio. E Lisbona era malinconica, seppure elegante e bella nella sua contegnosa severità. Bella, sì, ma non tersa, non luminosa, non serena come emerge dalle prime pagine di Il quaderno, pagine che lo stesso autore, il Premio Nobel José Saramago, definisce "una lettera d'amore" alla sua città. E una splendida lettera d'amore è il fulminante ritratto di Fernando Pessoa. Due bellissime lettere d'amore che per fortuna si possono leggere anche in italiano: sarebbe stato un autentico delitto se ciò fosse stato reso impossibile. Ma la forza della libertà di informazione è prevalsa.

Saramago è vissuto per decenni sotto la cappa di stolida e retrograda oppressione che gravava sul Portogallo di Salazar, è del tutto comprensibile che qualsiasi cosa gliene ricordi anche solamente l'ombra susciti in lui una preoccupazione che sfocia nell'invettiva. Usa parole pesanti: è evidentemente convinto che l'età, il prestigio e le tante battaglie passate glielo consentano, anche se nella pratica di quello che in tempi migliori si chiamava "impegno civile" dovrebbe essere di base il concetto che l'invettiva serve a poco e anzi rischia di ritorcersi contro chi la pronuncia. Ma di questo siano giudici i lettori del libro, che poi sono anche elettori. Per fortuna Il quaderno di José Saramago c'è anche in italiano: l'impegno di un editore nei confronti della libertà di espressione ha reso possibile leggerlo.

Vi è molto sdegno, nel Quaderno, e diretto in più direzioni: contro le gesta dell'ex presidente degli Stati Uniti, per esempio, e contro certe recenti azioni militari o para-tali, e contro i responsabili della crisi finanziaria da cui il mondo intero (soprattutto quello dei poveri) stenta tuttora a emergere. Ma anche contro la scarsa consistenza di quella sinistra in cui lo stesso Saramago milita tuttora bellicosamente. E contro altri bersagli ancora.

La vicenda ha fatto un discreto rumore, quindi è ben nota: Saramago rivolge un'espressione molto dura anche al capo del nostro governo, per cui la casa editrice italiana del Nobel, di cui il capo del governo è proprietario, si è rifiutata di pubblicarlo. Una decisione del tutto comprensibile, che però lascia spazio a un interrogativo, non ozioso: adesso che il libro è stato pubblicato da un altro editore, le televisioni di stato, che non dipendono dal governo ma dal popolo italiano attraverso il parlamento, se ne occuperanno?

Fa comunque stupore che la dura espressione di Saramago la trovino disdicevole — "libertà di insulto"? — personaggi pubblici (pubblici servitori) sempre pronti a spiegare, per esempio, a quale uso adibirebbero il nostro tricolore: non è vilipendio della bandiera o peggio, venendo da simili fonti? O altri sempre inclini a insultare la religione altrui ("quegli imam del c..."). O a definire "utili idioti", "coglioni" i cittadini che, continuando civicamente a pagare le tasse e a non derubare i loro simili portando soldi all'estero, votano per l'opposizione. O a dare del "farabutto", se non tout court del "parassita" a chi tenta di fare informazione invece che deformazione e a produrre accettabile artigianato di scrittura e spettacolo invece che squallido "velinario". Dovrebbe essere ormai assodato che "chi semina vento raccoglie tempesta"...


Jose Saramago, Il quaderno, Bollati Boringhieri, 2009