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(2006) Che differenza può fare una frase. Una piccolissima frase. Appena appena distorta. Per esempio: “Roccalba”, dice (o "mi disse"), “l'ho scritto proprio per affermare che Est e Ovest non esistono. Per me il mondo è un tutto unico. Noi a Oriente e voi a Occidente siamo due facce della stessa cultura”.

Questa piccola ma importantissima frase, il senso stesso di un'attività letteraria, Pamuk l'ha detta
A ME in una fresca serata di fine agosto 1992. Ero andato apposta, a spese mie, a cercarlo a Istanbul, dove da qualche mese era esplosa la sua fama di giovane genio delle lettere. E io l'ho scritta in un'intervista pubblicata nell'autunno di quell'anno sul settimanale "Amica" di Rizzoli, cui collaboravo intensamente.

E qualche mese più tardi l'ho ripetuta nell'introduzione al romanzo
La casa del silenzio, pubblicato da Frassinelli.

Ma da quando gli è stato assegnato il Nobel, quella piccola frase è proliferata su siti Web, agenzie di stampa e persino giornali. Qualcuno ha avuto la cortese correttezza di scrivere che Pamuk l'aveva detta non al vento chissà quando ma
allo scrittore Mario Biondi, andato a cercarlo tanti anni prima fino nel suo studio, a Istanbul, davanti alla Moschea di Tesvikiye? Naturalmente no.

La frase è diventata qualcosa di variegato e abbastanza confuso da far pensare che il (fino ad allora) quasi incontattabile Pamuk l'avesse dichiarata proprio a quel notiziere lì, che invece stava soltanto rubacchiando un testo.

Così vanno le cose nel mondo attuale dell'informazione italiana, all'insegna del "Ruba, ruba, qualcosa resterà".

Quell'intervista e quell'introduzione le avevo messe online, a disposizione di chiunque volesse approfondire la conoscenza di Pamuk. Quando l'ho fatto non potevo pensare che poi sarebbe arrivata l'informazione degli ineffabili ruba-ruba non-citare-non-citare.

Sia come sia, la frase in questione l'ho rifatta mia in un successivo pezzo giornalistico post-Nobel e la potete vedere, nella sua (quasi) esatta correttezza e nei suoi contesti precisi, qui sotto. Spero che questi testi possano risultarvi utili. [M. B.]

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Orhan
Orhan Pamuk
Premio Nobel 2006

1. Profilo (1992)
2. Recensione: “La casa del silenzio” (1993)
3. Recensione: “La nuova vita” (2000)
4. A margine del Premio Nobel (2006)

A cavallo del nostro secolo, nella turco-greca città di Manisa, l’antica Magnesia del Sipilo, non lontano da Smirne, viveva un giovanotto che non poteva passare inosservato. Non soltanto per la sua intraprendenza, ma soprattutto per una singolarità fisica: era albino. Tra i brunissimi turchi, greci, armeni, laz, curdi, azeri, siriaci — e via enumerando — che popolano l’Anatolia, la pelle, gli occhi e i capelli chiari hanno sempre suscitato grande interesse. Rispetto. Vera e propria attrazione. In forza dell’aura di candore che lo connotava, il giovanotto di cui stiamo parlando si guadagnò il nomignolo di «Pamuk», ovvero «Cotone». Il grande impero ottomano, ormai lontano quattro secoli e mezzo dalla conquista di Costantinopoli e due dall’assedio di Vienna, era agli sgoccioli. Aveva suscitato straordinari terrori in regnanti e popoli d’Europa e autentiche passioni in viaggiatori, scrittori, musicisti, pittori. Ora suscitava le fameliche attenzioni di governi stranieri, banche e speculatori. Lo chiamavano il Tacchino (questo vuole dire Turkey in inglese), il Grande Malato d’Europa. Un intero universo — multirazziale, multilingue, multireligioso — in ginocchio, affranto, stremato, da modernizzare, da ristrutturare, da ricostruire. Da «europeizzare». Elettricità, gas, telegrafo, telefono, poste, ferrovie da istallare. Miniere da sfruttare. Il controllo dei Dardanelli, grande e angusta porta di collegamento dell’impero zarista (attraverso il Mar d’Azov e il Mar Nero) e dei Balcani (attraverso il Danubio) con il Mediterraneo, ovvero con il mondo intero. Le antiche strade carovaniere che costituivano tuttora l’estrema ramificazione della Via dell’India. Il petrolio delle remote province medio orientali (Arabia, Iraq, quello che sarebbe diventato il Kuwait della discordia), sui cui i più occhiuti già posavano sguardi famelici. Il cotone, persino.

Lo abbiamo detto: risulta che il giovane «Cotone» fosse intraprendente. Moderno. Non poteva dunque non simpatizzare per le idee dei Giovani Turchi, rivoluzionari ma soprattutto modernizzatori. Assistette alla deposizione dell’ultimo grande sultano ottomano, il discusso Abdulhamit II, alla cacciata dei suoi imbelli successori, all’istaurazione della repubblica, al trionfo del generalissimo Mustafa Kemal detto Atatürk. Il grande tema economico-politico del momento, la Modernizzazione, l’Europeizzazione della Turchia, era incorniciato nel quadro di un problema strutturale di fondo: i trasporti nel paese, che per quanto severamente mutilato dall’infelice esito della Grande guerra e dal conseguente crollo dell’impero ottomano insieme agli altri imperi, continuava a essere sterminato, contraddittorio, multirazziale. La convivenza tra greci e turchi, nella zona di Smirne, si era fatta assai complicata. Quando non erano i primi ad attaccare i secondi, erano i secondi a sterminare i primi. Durante la sciagurata guerra greco-turca del ’22, e soprattutto alla fine, fu il massacro. A quel punto «Cotone» se n’era già molto probabilmente andato a vivere a Istanbul. A mettere a profitto la propria intraprendenza. Ad arricchirsi. Nelle ferrovie, appunto.

La sua famiglia, tipico esempio della nuova borghesia imprenditoriale turca formatasi agli albori della Repubblica, iniziò infatti a prosperare nella costruzione delle ferrovie interne turche. Negli anni Trenta, insieme al calendario e all’alfabeto occidentale — oltre a cento altre modernizzazioni — la repubblica kemalista impose anche l’obbligatorietà del cognome. Fino ad allora si era usato soltanto il nome, accompagnato da un nomignolo, quasi sempre legato al mestiere o a una qualità fisica o caratteriale. «(Quello) del Filo», per esempio, ovvero Sicimoglu; «Lupo Solitario», ovvero Tekkurt; «Fuoco», ovvero «Atesh». E così via. Anche «Cotone», ovvero «Pamuk». La già prospera famiglia del nostro «Cotone» trasse il proprio cognome da quel nomignolo: si chiamò Pamuk.

Famiglia più che prospera: avviata a diventare eminente. Tutta raccolta ad abitare in una bella palazzina di Istanbul, stretta stretta e a più piani, nell’elegante quartiere di Nışantaşı (la Roccia del Bersaglio), verdissima di giardini, alta sopra il palazzo imperiale di Dolmabahce e l’imbocco del Bosforo. Una casa che sopravvive tuttora, davanti alla venerata moschea di Teśvikyie, con la sua aria delabré da dimora di grandi signori un po’ decaduti. Una casa che non è quella del silenzio, ma che di essa è stretta parente. È lì che, dopo esservi nato e cresciuto, lavora l’ancora giovane scrittore Orhan Pamuk. Quarantenne. È nato troppo tardi per vivere la gloriosa rivoluzione repubblicana dei tempi del nonno, ma porta nell’intelligenza e nella scrittura tutti i tormenti di crescita della Turchia odierna, paese contraddittoriamente, tumultosamente impegnato nel definitivo processo di modernizzazione. Rovinosa inflazione, scontri di classe e di piazza, avventure politiche di estrema destra, integralismo religioso, terrorismo di entrambi i colori, guerra di bande, esecuzioni sommarie, colpi di stato di un esercito orgoglioso e geloso della propria tradizione kemalista — severamente repubblicana e laica —, la ripetuta restituzione del potere a una democrazia sempre poco salda sulle gambe eppure sempre miracolosamente capace di rinnovarsi. E, sopra a tutto, il turbinoso sviluppo economico, la disordinata adozione di modelli occidentali non sempre di specchiata virtù. E una gioventù, ovviamente, calata fino alle ossa, ai gangli nervosi, al sangue in tale situazione di frenetico divenire. Tutto ciò fa da sfondo allo splendido lavoro narrativo di Orhan Pamuk, in cui la raffinata tradizione letteraria persianeggiante ottomana si fonde con i modi del moderno narrare occidentale, da lui perfettamente conosciuti e assimilati, a generare un ibrido di una qualità tale da suscitare acclamazione ben al di fuori della Turchia.

Orhan Pamuk lo sento nominare per la prima volta nella primavera dell’87. Nella comoda, disinvolta casa di Yaşar Kemal, riconosciuto sciamano delle lettere turche, padre putativo di tanta cultura e politica di quel paese, dall’illegale partito comunista di un tempo fino ai film di Yılmaz Güney. Estrema periferia istanbulina, verso il Mar di Marmara. Verde, silenzio. Ottimo pranzo anatolico. Cordialità cosmopolita. Intervisto il grande vecchio che porta sul viso i segni delle sue battaglie. «Qual è la situazione dei narratori giovani in Turchia?» gli chiedo tra l’altro. «Quali nomi indicherebbe?» «Una situazione tutt’altro che florida», risponde. «Mi sentirei di indicare soltanto il nome di Orhan Pamuk, che a trentatrè anni ha già scritto due romanzi di notevole qualità, dei quali il primo è stato recentemente pubblicato in Francia da Gallimard.» Non era ancora arrivato il successo americano, la più che calorosa accoglienza fatta sul New Yorker al giovane sconosciuto, appartenente a una cultura tanto decentrata, dal vecchio leone delle lettere John Updike.

Dopo di allora, in Turchia, ho infinite occasioni di sentir parlare di Pamuk. Con entusiasmo, con passione, con reverenza, addirittura, nonostante l’età. Lo conosco soltanto l’estate scorsa, nella famosa casa di Nışantaşı. La «Pamuk Apartman», come dice ancora oggi la targa dell’indirizzo stradale. La palazzina per appartamenti dei Pamuk: una dimora gentilizia. Salgo con un traballante ascensore all’ultimo piano. Entro in un appartamento che potrebbe essere la tana di uno scrittore americano alla Raymond Chandler: penombra fitta, sigaretta che arde sul portacenere, intenso odore di caffè, vecchia macchina per scrivere con foglio inserito, pile di libri ovunque. A farmi gli onori di casa è lui, l’ultimo discendente della famiglia «Cotone», il quarantenne scrittore di successo internazionale. Il suo terzo romanzo, Roccalba, sta per essere pubblicato anche in Italia e il secondo, La casa del silenzio, vi è annunciato. Il quarto, Kara Kitab (Il libro nero), gli ha addirittura guadagnato la fama di Umberto Eco di Turchia. Imbarazzato, lui si schermisce. Ha lavorato per tre anni alla Columbia University di New York, è «occidentale» in tutti i sensi. Ma «occidentale» è un’espressione che non vuole nemmeno sentire pronunciare. «I miei libri», dice, «li ho scritti in buona parte proprio per affermare che Est e Ovest non esistono. Per me il mondo è un unicum. Noi, a Oriente, e voi, a Occidente, siamo i rappresentanti di due facce della stessa cultura.» Ciò vale per tutti i suoi libri — come potrà costatare il lettore di La casa del silenzio —, ma in particolare, quasi febbrilmente, per Roccalba, romanzo filosofico ambientato negli anni d’oro dell’impero ottomano, quando l’incontro/scontro fra Ovest ed Est era rappresentato dai turchi che mettevano l’assedio a Vienna e più che mai puntavano alla conquista della mitica Kizil Elma, la «Mela Rossa»: Roma.

Poi le cose sono cambiate profondamente. Ma il fascino delabré della Istanbul di oggi non può far dimenticare i perduti splendori della capitale che fu Costantinopoli. Orhan spiega che quando era bambino, lì attorno la città era un giardino. Tutti i Pamuk vivevano in quella casa quasi-del-silenzio. Genitori, zii, cugini. Adesso si sono sparpagliati. Lui vive sulla costa asiatica del Bosforo, con la moglie e la bambina. Alla Pamuk Apartman ormai ha soltanto questo studio, dove viene a lavorare di notte. È un animale notturno. «Tutto attorno c’è un gran rumore», spiega, «e cemento, ovunque. Ma i cambiamenti di superficie non significano niente: a conoscerla davvero, questa è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino è intatto.»

Un po’ ammaccato, magari, ma è così. Un fascino fatto di cento lingue che continuano a incrociarsi, di febbrili attività levantine mescolate a un formidabile sviluppo industriale, a colossali investimenti internazionali. Il tutto però ammantato da un arcano senso di precarietà, come in equilibrio instabile. «Precarietà?» chiede Pamuk, perplesso. Non è convinto. Parliamo a lungo. Di questo e altro. Letteratura, cinema, storia, politica. La sua cultura è inquietamente cosmopolita. Ha studiato nella migliore scuola americana di Istanbul, il famoso Robert College. Poi è andato a vivere per un po’ in America. Ma è rimasto un perfetto padrone di casa a la turka. Quando me ne vado mi accompagna fino alle scale. «No», si scusa, «l’ascensore si può prenderlo soltanto in salita. Se lo si usa in discesa, si rompe.» Ha ragione lui: Istanbul è sempre la stessa. E con essa anche la Turchia.

E di questa Istanbul, di questa Turchia moderna e precaria, eterna e traballante, Pamuk ci offre un quadro sfolgorante, problematico, inquietante in La casa del silenzio, grande romanzo di sentimenti e di contrasti personali in una società, quella turca, decentrata ma immersa a fondo nella sensibilità e nelle lacerazioni del mondo contemporaneo. Molto di ciò che Pamuk vi racconta appartiene direttamente al suo background famigliare e culturale.

Nel nonno del romanzo, illuminato uomo di scienza costretto all’esilio in periferia — nella “Casa del silenzio”, appunto — per essersi messo in contrasto con le frange più rampanti del movimento dei Giovani Turchi, vi è molto probabilmente parecchio degli impulsi che motivavano i giovani come l’avventuroso «Cotone». Il cognome da lui scelto negli anni Trenta per sé e per la famiglia, nel romanzo ha una funzione cruciale: è una scelta che denota un intero universo culturale. In una società appena uscita dal medioevo ottomano e ancora intrisa di pregiudizio religioso islamico, il progressista dottor Selaettin decide di elevare un inno personale alla scienza occidentale: si chiamerà Darvinoglu, ovvero «Figlio di Darwin». E nel suo scontro con la moglie vi è un intero universo di rapporti interpersonali: ancora una volta lo scontro tra il Nuovo e il Vecchio, che non di rado si connota di vischioso amore (nel romanzo accade almeno due volte). Ed è spesso il Vecchio a spuntarla. O comunque a tenere duro fino alle ultimissime conseguenze.

Per quanto ormai quasi remoto, il punto cruciale per la storia recente della Turchia, il momento della grande frattura, l’evento da cui ogni fatto, ogni comportamento, ogni sentimento, per quanto privato, è tuttora indelebilmente connotato e marchiato, è sempre quello: lo scontro originale tra Vecchio e Nuovo, il cruento passaggio dall’impero alla repubblica. Così un intero universo di storia e politica recente si dispiega nelle vicende private degli ultimi esponenti della eminente e progressista famiglia Darvinoglu, nel loro contrasto con il cugino bastardo — dall’emblematico cognome Karataş, ovvero Pietra Nera —, una giovanissima testa calda appartenente al mondo sottoproletario e quindi quasi per atavica condizione universale condannata a legarsi all’estrema destra fascista e assassina. Quella destra che, dalla Turchia, si lega alle vicende del nostro paese attraverso l’enigmatica figura di Mehmet Ali Agca (si pronuncia Agià).

Nuovo contro Vecchio, ancora una volta, progressismo contro reazione. Ma, soprattutto, in questo romanzo, donna proiettata verso il Nuovo, contro maschio retrivo, ancorato al Vecchio. Una figura che è una realtà radicata nella società turca — dalla solidaristica cultura protofemminista dell’harem ottomano alle donne combattenti per Kemal Atatürk —, e che nello specifico è Nilgün Darvinoglu, la donna (emblema di progressismo) cui è dedicato anche il romanzo Roccalba. Sono elementi — storici, culturali, politici — di cui si deve assolutamente tenere conto leggendo i magistrali intrecci narrativi di Orhan Pamuk. Questioni da cui dipendono in larga misura la corretta comprensione e l’adeguato godimento di romanzi che dalla decentrata ambientazione locale assurgono a un respiro universale.

Introduzione a: Orhan Pamuk, La casa del silenzio, Frassinelli

 
II. (Corriere della sera, 5 dicembre 1993)

Il turista che gode delle sue bellezze storiche e naturali fatica ad accorgersene, ma la Turchia contemporanea è un paese che sta vivendo una tumultuosa crescita economica. Si tenta di travolgere il vecchio in nome di un progresso che è inevitabile ma non limpido né lineare, come spesso avviene per i paesi che si affacciano sulla “via dello sviluppo”. Pur cimentato con furia, però, il vecchio non cede ma al contrario resiste strenuamente e si difende organizzandosi in aggressive strutture reazionarie e fondamentaliste. Alla borghesia colta e modernista che si rifà al credo di Kemal Atatürk, attraverso cui il paese ha cominciato una settantina di anni or sono il processo di uscita dal medioevo ottomano, fanno da contraltare da un lato un'agguerrita schiera di nuovi ricchi capaci soltanto di ragionare in termini di accumulazione di ricchezza (quanta!) e dall'altro una vastissima turba sottoproletaria su cui fanno facile presa le parole d'ordine dell'autoritarismo fascista e del fondamentalismo islamico.

Progressismo contro reazione. Una dicotomia che, nel caso turco, risale al momento stesso in cui il “vecchio” impero ottomano si è sfasciato cedendo il passo alla “nuova” repubblica. Ed è la dicotomia su cui si basa il bellissimo romanzo del quarantenne turco Orhan Pamuk, La casa del silenzio, che in patria (scritto a trent'anni) ha avviato a fare dell'autore una sorta di Umberto Eco istanbulino (non si dimentichi che dietro Istanbul c'è Bisanzio a formare una storia più che bimillenaria) e che è stato accolto con grande calore in tutto il mondo occidentale. Negli Stati Uniti, per esempio - dove Pamuk ha lavorato per diversi mesi alla Columbia University -, il “New Yorker” gli ha reso omaggio con un'ispirata recensione di John Updike. Un romanzo che ora possiamo leggere anche in italiano, pubblicato da Frassinelli che di Pamuk ha in animo di pubblicare anche l'ultimo, celebratissimo romanzo, Kara Kitab (Il libro nero, o oscuro) dopo avere già pubblicato il terzo, il criptico Roccalba, finto romanzo storico-memorialistico che in realtà è un apologo sulla difficoltà di rapporto tra Oriente e Occidente.

In La casa del silenzio lo scontro fra nuovo e vecchio, fra progressismo e reazione, è quello, torbido, fatto di sentimenti stravolti e bassa sensualità, che si svolge dentro e attorno a una vecchia dimora di famiglia, emblematica della Turchia che stenta a uscire dal medioevo. La casa che ai tempi della rivolta dei Giovani Turchi venne costruita e abitata da un medico talmente modernista e illuminato da darsi il cognome Darvinoğlu, ovvero «Figlio di Darwin» (l'uso obbligatorio del cognome, in Turchia, risale agli innovatori anni kemalisti: l'antenato di Orhan che scelse di chiamarsi Pamuk, ovvero “cotone”, lo fece in nome di una propria caratteristica personale). Chiamandosi Darvinoğlu e appartenendo alla borghesia illuminata, i discendenti del vecchio medico non possono che essere progressisti.

Al loro fianco, però, sorta di serpe in seno, agisce un giovane che per inquietanti vie traverse è un loro non rivelato cugino (è figlio di un bastardo nato da una sordida relazione segreta del vecchio medico con una domestica) e che la sorte ha scaraventato ai limiti del sottoproletariato: un ragazzo condannato per origini sociali e per problematica personale alla destra più violenta, quei “Lupi grigi” tanto tristemente noti anche in Italia per le attività di Mehmet Ali Agca. Lo scontro definitivo è tra lui, pigro e ignorante, e la giovane nipote del vecchio Darvinoğlu, colta e ultraprogressista, lampante simbolo di come lo sviluppo - e più che mai nei paesi afflitti dai fondamentalismi - debba obbligatoriamente passare attraverso il riscatto della donna. Il finale intenso e tragico conclude un romanzo di assoluta qualità internazionale.
 

III.

Come fa un io narrante, che nelle ultime righe di un romanzo dice: "Capii di essere arrivato alla fine della mia esistenza", a narrare questa sua trascorsa esistenza? In quale vita lo fa, in quale realtà "altra"? È l'ambiguità di fondo del quarto (e penultimo) romanzo del giovane turco Orhan Pamuk, La nuova vita, ed è il leit motiv di tutta la sua opera: il doppio, le infinite possibili facce del reale, la straniante incertezza di segni e significati. Il "doppio" del suo primo romanzo era l'incontro-scontro tra la cultura ottomana e quella occidentale, viste come due facce della medesima medaglia. Tali due facce, nel secondo romanzo, diventavano quelle del "vecchio" e del "nuovo" nella società turca. Nel terzo, l'affascinante e oscuro Il libro nero, di gran lunga la migliore riuscita di Pamuk, il" doppio" si sdoppiava e sfaccettava fino a raggiungere un numero infinito di possibili significati e realtà. A sorreggere il magnifico, inquietante affresco, una doviziosa ricchezza di aneddoti, racconti interni e citazioni da culture diverse, dal misticismo sufi alla letteratura occidentale antica e classica (ma la citazione di Dante era sbagliata).

Il moltiplicarsi dei "doppi" si ripete in La nuova vita, ma con una certa stanchezza, riducendosi infine a un lamento che rischia di apparire stucchevole: se cultura turca e cultura occidentale non riescono veramente a essere due facce della stessa medaglia, secondo Pamuk ciò sarebbe dovuto alla perniciosa aggressività della seconda, che sta sommergendo la prima. È così, ma è d'obbligo ricordare che la cultura turca appare perlomeno ansiosa di farsi sommergere. Per constatarlo basta trascorrere poche ore tra le orde di popolino britannico che letteralmente devastano le località turistiche turche (e le loro civilissime tradizioni): sono stati i turchi a costruire in tutta fretta i faraonici aeroporti necessari per accogliere i loro charter, a fondare compagnie aeree ad hoc, a spianare spiagge, a costruire alberghi, schiamazzanti discoteche eccetera. A fare tutto ciò è stata la borghesia imprenditoriale turca, non quella occidentale, quella borghesia turca a cui Pamuk appartiene a pieno titolo: diversamente da quelli del protagonista del romanzo, i suoi antenati lavoravano nelle ferrovie non già in veste di lavoratori ma di costruttori. Non è questione di poco conto.

Parlare della vicenda in sé, nel proliferare dei "doppi" di pagina in pagina, è difficile. Che cosa succede veramente? Il viaggio dello stralunato protagonista alla ricerca degli infiniti "doppi" di se stesso e della propria realtà, è perlomeno di oscura comprensibilità. Il libro da cui egli riceve l'illuminazione assomiglia in maniera sospetta a Il libro nero. La traduzione, accurata e brillante, cerca di venire in aiuto al lettore con una puntigliosità che è encomiabile ma rischia un qualche squilibrio. Perché tradurre "Yeşilırmak" come "Rio Verde", visto che è uno dei "grandi fiumi" (ırmak) della Turchia (oltre che culla della civiltà ottomana)? Perlomeno altrettanto necessario sarebbe stato tradurre i nomi di certe località emblematiche della desolata vicenda, come Viranbag, che significa appunto "Giardino della desolazione", e soprattutto la meta finale del lungo vagare senza speranza del protagonista, Sonpazar, che significa "Ultimo mercato".

(Letture)
 

IV.

Istanbul, già Costantinopoli, già Bisanzio, innalza strato su strato i resti dei suoi ben oltre duemila anni di storia. Al di là del Corno d'Oro si levano le alture di Galata e Pera, un tempo colonia genovese e poi centro della città “europea”. Culmina nella grande piazza di Taxim e procede incontenibile verso i tumultuosi sobborghi sopra le acque arruffate, le case in legno, i ristoranti e locali notturni del Bosforo. Lontano dalle post-moderne o esotiche lusinghe di simili locali ma nel cuore delle modernizzazioni anni Trenta, proprio di fronte alla venerata moschea di Teśvikyie si levava (spero si levi tuttora) uno stretto villino ormai decrepito ma che continuava a denotare una solida prosperità. Era la dimora di una famiglia eminente. I Pamuk, come diceva la targa stessa dell'indirizzo stradale: “Pamuk Apartman”. I “Cotone”, così denominati da un nonno albino (ottimo imprenditore).

Lì nell'ormai remoto 1992 sono salito con un traballante ascensore all'ultimo piano, entrando in un appartamento che sarebbe potuto essere la tana di Raymond Chandler: penombra fitta, sigaretta che ardeva sul portacenere, forte odore di caffè e altri sentori di stantio, vecchia macchina per scrivere con foglio inserito, pile di libri ovunque. Ad accogliermi, l'ultimo discendente della famiglia Pamuk, Orhan, allora quarantenne scrittore già di successo internazionale. Il suo terzo romanzo, Roccalba, era stato pubblicato in molte lingue, tra cui, da pochissimo tempo, l'italiano. Per questo, in uno dei miei tanti vagabondaggi istanbulini ero andato a cercarlo. Il quarto romanzo, Kara Kitab (Il libro nero), gli aveva già guadagnato la fama di Umberto Eco di Turchia. Imbarazzato, lui si schermiva, con garbo ma anche con impressionante, quasi algida sicurezza.
Aveva lavorato per tre anni alla Columbia University di New York ed era “occidentale” in tutti i sensi. Ma “occidentale” era un'espressione che non voleva nemmeno sentir pronunciare. “Roccalba”, mi disse, “l'ho scritto proprio per affermare che Est e Ovest non esistono. Per me il mondo è un tutto unico. Noi a Oriente e voi a Occidente siamo due facce della stessa cultura.” Un romanzo filosofico affondato negli anni d'oro dell'impero ottomano, quando l'incontro-scontro fra Ovest ed Est era rappresentato dai turchi che mettevano l'assedio a Vienna e più che mai puntavano alla conquista della Kızıl Elma, la “Mela Rossa”: la prima Roma dopo la seconda, Costantinopoli, già conquistata da due secoli.

Poi però le cose sono cambiate profondamente. Il fascino della Istanbul attuale non poteva far dimenticare i perduti splendori della capitale che era stata Costantinopoli. “Quando ero bambino”, continuò Pamuk, “e la mia famiglia godeva ancora di tutto il benessere acquisito negli anni Trenta con la costruzione delle ferrovie turche, qui attorno la città era un giardino. Tutti i Pamuk vivevano in questa casa. I miei genitori, gli zii, i cugini. Adesso ci siamo sparpagliati. Io vivo sulla costa asiatica del Bosforo. Qui ormai ho soltanto questo studio, dove vengo a lavorare di notte. Sono un animale notturno. Tutto attorno c'è molto rumore, e cemento, dappertutto. Ma i cambiamenti di superficie non significano niente: a conoscerla davvero, questa è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino è intatto.”

Era (ed è) vero. Un fascino fatto di cento lingue che continuano a incrociarsi, di febbrili attività levantine mescolate a un formidabile sviluppo economico, a colossali investimenti internazionali. Il tutto però ammantato da un arcano senso di precarietà. “Precarietà?” ribatté Pamuk, perplesso. Non era affatto convinto. Infine, perfetto padrone di casa “a la turka”, mi accompagnò alle scale. “No”, si scusò, “l'ascensore si può prenderlo soltanto in salita. Se lo si usa in discesa, si rompe.” Aveva ragione lui: precarietà o non precarietà, Istanbul era sempre la stessa...

E sempre lo stesso è rimasto il suo impegno a battersi perché la presunta dicotomia Occidente e Oriente, cultura occidentale e cultura orientale, sia invece considerata un unicum. Ovvero, meglio, le due facce di un'unica medaglia. Il leit motiv di tutta la sua opera: il doppio, le possibili facce del reale, la straniante ambiguità di segni e significati. In La casa del silenzio, questo doppio diventa lo scontro tra "vecchio" e "nuovo" nella società turca. E nell'affascinante e oscuro Il libro nero - che secondo me rimane di gran lunga la sua migliore riuscita e che ho avuto l'avventurosa ventura di dover tradurre dall’americano per sua esplicita richiesta -, il "doppio" si sdoppia a sua volta e sfaccetta fino a raggiungere un numero infinito di possibili significati e realtà. A sorreggere il magnifico, inquietante affresco, una doviziosa ricchezza di aneddoti, racconti interni e citazioni da culture diverse, dal misticismo sufi alla letteratura occidentale antica e classica. E il moltiplicarsi dei "doppi" si ripete puntuale, anche se ormai forse un po' stanco, in La nuova vita, l'ultimo suo libro che ho letto.

Dopo l'incontro di Istanbul e un altro, poco dopo, a Milano non ho più avuto occasione di vedere Pamuk, quindi non ho mai potuto congratularmi con lui per i rischi che ha voluto coraggiosamente affrontare con le posizioni politiche assunte: chi lo avrebbe mai immaginato, allora, nel suo chandleriano ma oscuramente algido ultimo piano della palazzina dei costruttori delle ferrovie turche.

(L’unità, subito dopo il Nobel. Pezzo ripreso e rigenerato da un precedente per Amica, 1992, che aveva mandato in bestia la massima dirigenza rizzoliana, che non giudicava degno di tanta attenzione uno sconosciuto turco)