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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Denis
Denis Guedj

I. Intervista su “Il meridiano”, 2001
II. Intervista su “La chioma di Berenice”, 2003
Un oggetto quasi banale, lo abbiamo in casa tutti, lo usiamo chissà quante volte ogni giorno senza nemmeno accorgercene, il più comune strumento di misurazione: il metro. Da sarto, da falegname, in forma di bindella, di nastro, di decimetro, doppio decimetro, persino sui calendarietti plastificati che portiamo in tasca. Potremmo mai farne a meno? Ci sembra sia sempre esistito, come l’acqua che beviamo o l’aria che respiriamo. Invece non è affatto così. Il metro esiste da poco più di 200 anni: per studiarlo e realizzarlo c’è voluta la straordinaria pulsione della Rivoluzione Francese a creare sistemi unici e "universali", tutta la grandissima cultura filosofico-scientifica che stava alla base di quel formidabile rinnovamento. Condorcet, Lavoisier, Laplace, tutti gli altri. E ci sono voluti sette anni di misurazioni e calcoli, mentre la Francia passava via via dal Regno alla Repubblica, dal Direttorio al Consolato all’Impero di Napoleone. Sette anni di lavoro durissimo, tra mille difficoltà, rivolgimenti sanguinosi, ghigliottine, guerre, diffidenze ataviche, rischi mortali. E poi c’è voluta un’altra quarantina di anni perché venisse finalmente adottato.

L’affascinante avventura degli scienziati Delambre e Méchain, incaricati dall’Accademia di Francia di realizzare il nuovo strumento universale di misura denominato "metro", è divenuta romanzo - Il meridiano — con Denis Guedj, già famoso per il successo del romanzo "giallo-matematico" Il teorema del pappagallo. Atteggiamento sportivo, abbigliamento della massima casualità, spavaldo orecchino rotondo all’orecchio sinistro, Guedj non assomiglia in nulla agli scrittori e scienziati accademici del nostro paese. Oltre ai sessant’anni suonati, mimetizza alla perfezione la sua realtà primaria di docente di Storia delle Scienze all’Università Paris VIII. Ma le sue argomentazioni sono serrate e a tratti addirittura travolgenti.

D. Lei ha dichiarato: "Anche i concetti possono dare emozioni, per questo li racconto". Il suo è dunque un impegno a fare "narrazione" (in forma di libro e di film) con la scienza? La scienza si fa romanzo, il romanzo si mette al servizio della scienza per esporla?

R. Sì, è senz’altro così, ma aggiungerei una cosa. Il problema fondamentale è cercar di cogliere ciò che nella scienza vi è di "drammaturgico", di "narrativo", e di farne "dramma", "romanzo". Una vicenda come quella di Delambre e Méchain è stata una vera e propria avventura, che forse nessun romanziere sarebbe stato in grado di inventare con i mezzi tradizionali del romanzo. Raccontandola, si può fare un buon lavoro a livello della narrazione e al tempo stesso della storia della scienza, della sua comprensione. Per esempio, non basta dire "hanno misurato". Bisogna anche spiegare come hanno fatto, con quali strumenti, spiegare il funzionamento di questi strumenti.

D. Si tratta dunque di gettare (o meglio consolidare) un ponte tra cultura scientifica e umanistica?

R. Si tratta essenzialmente di cogliere e raccontare quanta scienza c’è nel "dramma" e quanto "dramma" nella scienza. Non in termini puramente ideologici, ma nella realtà degli oggetti e degli avvenimenti. Di superare la finta e poco interessante cesura che si postula fra il "rigore" della scienza e l’ "immaginario" della letteratura. Occorre tanta immaginazione anche per i progressi della scienza. E allo stesso titolo occorre tanto rigore per fare buona letteratura.

D. È dunque nato il genere "romanzo scientifico"?

R. Non mi piace parlare di generi. Preferisco parlare di "romanzo" e basta. Io scrivo "romanzi".

D. D’accordo, tuttavia una certa classificazione, a fini critici, è opportuna. Non necessariamente un romanzo cosiddetto "di genere" è inferiore a un romanzo cosiddetto "di cultura". Ce ne sono di ottimi in entrambi i campi, una volta che l’attribuzione sia fatta con accuratezza direi quasi scientifica. Possiamo dunque considerare questo presunto "romanzo scientifico" alla stregua di un discendente dei "comte philosophique" di un tempo?

R. Certo, messa così mi piace molto di più. È probabilmente vero. Ma io continuo a pensare che il "romanzo" sia "romanzo" e basta.

D. In ogni caso, i grandi intellettuali del passato erano "pensatori globali", scienziati, filosofi e scrittori. Mentre adesso sembra trionfare la specializzazione. Gli scrittori sono scrittori, i filosofi sono filosofi, gli scienziati sono scienziati…

R. Lo impone la velocità stessa con cui tutto si sviluppa, e quindi anche le conoscenze. Una velocità che ci rende difficile partecipare del presente in tutti i suoi infiniti aspetti. Ma bisogna saper "resistere al presente", come ha scritto Deleuze. Essere figli del proprio tempo, certo, è inevitabile, altrimenti si sarebbe anacronistici, ma sapergli resistere, imporre le proprie lentezze (e quindi accuratezze) di studio e analisi.

D. Quale invenzione del prossimo futuro potrebbe avere un’importanza uguale a quella del metro?

R. Come rispondere? Il futuro è davvero imprevedibile. Quindici giorni prima che scoppiasse il maggio francese, nel ’68, il direttore del più importante giornale di Parigi scriveva: "In Francia non succede niente". Mai previsione poteva essere più sbagliata. Quindi, che cosa può riservarci il futuro? Chissà. In ogni caso credo di poter azzardare che dovrebbe essere qualcosa nell’ambito della misurazione dello spazio, della vera realtà dell’Universo.

D. Che cosa ci riserva, allora, il futuro di Denis Guedj come "romanziere scientifico"?

R. Sto scrivendo un romanzo che si intitolerà La chioma di Berenice. Vi racconto la vicenda di come il greco Eratostene, direttore della Biblioteca di Alessandria, procedette nel terzo secolo avanti Cristo alla misurazione della lunghezza del meridiano terrestre. Fu lui a inventare il termine "geografia", e sostenne l’ipotesi della sfericità della Terra. La sua vicenda umana e scientifica si intreccia indissolubilmente con la perenne tragedia della famiglia dei Tolomei, in questo caso rappresentata da Tolomeo IV Filopatore, di cui Eratostene era il precettore, e da sua madre Berenice, quella appunto della famosa "Chioma" immortalata da Callimaco. E di nuovo mi si è posto il problema di raccontare gli "strumenti". Per la sua misurazione della distanza tra Alessandria e Assuan, Eratostene ha dovuto impiegare i "contatori di passi". A quei tempi le distanze si misuravano con i passi, era una conoscenza indispensabile anzitutto per gli spostamenti degli eserciti. Be’, come lavoravano questi "contatori di passi"? Dovevano compiere passi uguali e di assoluta regolarità. Per ottenere questa precisione, dovevano allenarsi all’interno dello "stadio", di cui si conosceva alla perfezione la misura. Uno stadio era composto da tanti passi. Come facevano a realizzare questa regolarità? Nessuno storico lo ha mai scritto. Per raccontarlo ho dovuto studiarlo su tutti i documenti possibili. Come del resto ho fatto per il metro misurato e realizzato da Delambre e Méchain in sette anni di vicissitudini romanzesche.

Denis Guedj, Il meridiano, Longanesi

II.

Dopo l'avventurosa invenzione del metro raccontata nel romanzo Il meridiano, Denis Guedj, scienziato e scrittore francese, con La chioma di Berenice ci racconta l'avventurosa misura della Terra effettuata dal matematico Eratostene di Cirene ai tempi della Alessandria dei Lagidi, eredi di Alessandro Magno, più o meno tre secoli prima di Cristo. Una misurazione basata su una geniale intuizione: un angolo è una frazione di cerchio, quindi se un angolo corrisponde a una certa distanza lungo un meridiano, moltiplicando quella distanza per quella famosa frazione si deve per forza ottenere la misura totale di quel meridiano, quindi, in altre parole, la circonferenza, la misura della Terra. Dato che gli strumenti matematico-geometrici a disposizione di Eratostene gli consentivano di stabilire la differenza tra gli angoli formati dal sole ad Alessandria d'Egitto e ad Assuan (Siene), che si trovano sullo stesso meridiano che corre da Nord a Sud lungo il Nilo, bastava misurare la distanza tra le due località, moltiplicarla per la suddetta frazione, e il gioco era fatto. Il gioco fu fatto, e la prima vera misura del Meridiano fu calcolata. Differiva di pochissimo da quella che si calcola adesso con strumenti di precisione atomica. E a poco a poco, prendendo il la dall'intenzione di raccontare le procedure di questo straordinario calcolo, il romanzo si dilata a raccontare in affascinanti capitoli l'Egitto dei Lagidi Tolemei e quello più antico ancora, le usanze e gli intrighi di corte ad Alessandria, la cultura del tempo, le credenze religiose e magiche, la vita del popolo… Ne abbiamo parlato con l'autore.


D. Come mai questa specie di coazione a raccontare le misurazioni della circonferenza della Terra?

R. Del tutto casuale, direi. In effetti in Francia mi prendono un po' in giro dicendo che sono "l'uomo della misura", mentre in realtà non sono precisamente un uomo "misurato"… Fuori dallo scherzo, non c'è stata una decisione, tutto è disceso dai miei studi scientifici, che mi hanno portato molte volte a occuparmi delle diverse misurazioni della Terra. Mi sono sembrate ottimi materiali per romanzo.

D. Berenice, proprio quella celebrata da Callimaco per la sua chioma finita tra le costellazioni, è la regina madre dell'epoca ad Alessandria. Nel romanzo La Chioma di Berenice si tratta di misurare la distanza tra questa città e Siene, ovvero Assuan. E la si calcola nell'unico modo possibile allora. Facendo andare a piedi una persona da una città all'altra. Un "bematista", parola che nei miei dizionari italiani non ho trovato. Chi è dunque un "bematista"? E le cose sono andate veramente così?

R. "Bema" in greco antico era il "passo", e "bematista" era "colui che misura il terreno a passi". I bematisti, dal passo rigorosamente costante, precedevano l'esercito di Alessandro Magno per misuragli la strada, e di uno di essi è arrivato fino a noi il nome, Beton. Per me ha significato trovare un nome per un importantissimo personaggio, dopo lo stesso Eratostene. A misurare a passi la distanza fra Alessandria e Siene è dunque Beton, discendente di quel Beton di Alessandro Magno. Non so se le cose siano andate veramente così, le fonti della vicenda si riducono a poche righe sparse, non più di quattro. C'è chi ritiene che la misura sia stata fatta con una navigazione sul Nilo. Ma come? E i meandri? Oppure facendo camminare un cammello. Ma come si fa a far compiere passi assolutamente regolari a un cammello, ed eventualmente a correggerlo? L'ipotesi attualmente più accreditata è quella del "bematista", è quella che mi convince di più, e ai miei fini romanzeschi era perfetta.

D. Due misurazioni, quella del suo Beton, fatta ai tempi dei Lagidi, l'altra fatta agli albori della Rivoluzione francese. Dalle sue ricerche di natura storico ambientale per scrivere i due romanzi ha per caso riscontrato nei due periodi, pur tanto diversi, una similitudine?

R. Sono due epoche in effetti diversissime, ma entrambe basate sul primato del Pensiero, della Conoscenza. Nella Parigi di fine Settecento c'è l'Accademia, nella Alessandria del Terzo secolo avanti Cristo c'è la Biblioteca, che è la Biblioteca del Museion. Due istituzioni ugualmente straordinarie, preposte a raccogliere tutto il sapere del passato onde servirsene nel presente per procedere verso il futuro. E a dirigere la Biblioteca di Alessandria, dopo Apollonio Rodio, era stato chiamato appunto Eratostene da Cirene.

D. Tra queste due misurazioni della Terra ce ne sono state altre?

R. Molte, una anche in Italia. Ma noi francesi ci siamo sbizzarriti, ne abbiamo fatte un sacco, partendo da un arco molto piccolo — da Amiens a Bruges — e via via procedendo verso archi sempre più ampi. Badi però che la misurazione della Rivoluzione francese aveva il fine di creare un'unità di misura universale — il metro —, mentre la misurazione di Eratostene aveva proprio il fine di calcolare "la misura della Terra" per meglio conoscerla.

D. E perché ci riuscisse è stato fondamentale scoprire che a Siene, sull'isola Elefantina, c'era un pozzo in cui a mezzogiorno del solstizio d'estate i raggi del sole cadevano a perpendicolo. Io però a dire il vero sono stato sull'isola Elefantino a cercare questo pozzo, ma non l'ho affatto trovato…

R. Non ha nessuna importanza che fosse veramente lì o nei paraggi. L'importante era capire che se i raggi vi cadevano a perpendicolo quel giorno a quell'ora, significava che se in una direzione vi passava un meridiano, nell'altra vi passava il Tropico. E questo facilitava straordinariamente la procedura. Non occorreva più calcolare la differenza tra gli angoli di due ombre formate dal sole in un certo preciso momento, ma la differenza tra un'ombra sola, quella di Alessandria, e lo zero. Un altro straordinario sviluppo per la mia intenzione di romanzare la vicenda. Questo angolo è stato calcolato da Eratostene in un 50simo di un cerchio. La distanza da Alessandria a Siene era di 5000 stadi, quindi ecco la misura: la circonferenza della Terra era di 250.000 stadi. Un calcolo quasi perfetto. Ma al di là di questa misurazione, il vero fine di La chioma di Berenice è raccontare l'Egitto alessandrino, come il vero fine del Meridiano era raccontare la Rivoluzione francese.

D. Lei ha detto molto bene che conoscere il passato serve nel presente per procedere verso il futuro. Giustissimo. Allora: nel presente c'è qualche conoscenza del passato che la sta stimolando a procedere verso il futuro, cioè verso un nuovo romanzo?

R. Certo, sto scrivendo il romanzo dello Zero.

D. Un attimo, un attimo. Intende parlare del "numero Zero"? Perché è piuttosto arduo far ingoiare alla gente l'idea che lo Zero è un vero e proprio numero e non un semplice inizio, o un mero separatore. Bè, una storiella di una discreta durata nel tempo…

R. Sì, voglio raccontare precisaamente la storia del numero Zero. Ne ho già tratto una pièce teatrale che è stata data in francese anche a Genova, ma adesso ci scrivo su un vero romanzo. Una storia iniziata 4500 anni fa nel deserto della Mesopotamia e che io sto ambientando per gradi fino allo stesso deserto di oggi, quello di Bagdad sotto le bombe americane.

Denis Guedj, La chioma di Berenice, Longanesi