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© Mario Biondi
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Marion Zimmer Bradley
Marion Zimmer Bradley

Recensione: “Le nebbie di Avalon” (1986)
«Ex pede, Herculem», ovvero "dal piede ti misuro l'Ercole". Così secondo Aulo Gellio (Le notti attiche) pare procedesse Pitagora. Ma sarà possibile, dai piedi, misurare anche i libri? Altroché. A volte dai piedi con cui i medesimi — invece che con l'impiego di arti e parti più nobili — saranno stati scritti. Altre volte, e assai frequenti, dai piedi ovvero gambe su cui, reggendosi da soli, tali libri avranno proceduto nel mondo della libreria, del tutto incuranti dei pareri di critici e recensori. Valga per tutti il recentissimo caso di Le nebbie di Avalon, della signora Marion Zimmer Bradley, 654 pagine in corpo infinitesimale.

Nel momento in cui viene stesa questa nota, la stampa italiana non ne ha ancora fatto il minimo cenno. Si annunciano interventi di noti medievalisti e interviste all'autrice dall'America, ma per ora silenzio quasi totale, persino sul versante della pubblicità. Eppure, "pede securo", uscito da un mesetto e spinto dall'infallibile tam tam dei lettori, il maxivolume procede chiotto verso le 50 mila copie, che quasi sicuramente raggiungerà e oltrepasserà, pronubo il Natale.

Comportandosi dunque anche in Italia secondo l'esempio americano (tre mesi nei primi posti delle classifiche), quello tedesco (uscito alla fine del 1985, nel luglio di quest'anno era ancora in classifica) e quello francese (addirittura diviso in due volumi, con il primo, uscito in primavera, ha vinto il prestigioso "Grand prix du roman d'évasion", raggiungendo le decine di migliaia di copie in brevissimo tempo).

Che cosa racconta all'internazionale falange di suoi lettori la squisita signora Zimmer Bradley — donna di non particolare avvenenza, 56 anni, tre figli, un passato di apprezzatissima autrice di romanzi di fantascienza (serie Darkover) — in base al dichiarato ed encomiabile principio secondo cui lo scrittore "non può essere libero di annoiare"? Il Ciclo Bretone, ovvero della Tavola Rotonda, ovvero, ancora, Camelot, Re Artù, la fata (o strega) Morgana, Merlino, Lancillotto, la spada Excalibur e il Santo Graal: un complesso di leggende che dalla mitica notte del Medioevo, attraverso Chaucer e Spenser, Tennyson e Mark Twain, discende fino a Once and Future King di Theodore H. White, arrivato a Broadway sotto le spoglie del musical Camelot.

In quest'ultimo caso, però, con una diversità fondamentale, un vero e proprio "ribaltamento", ovvero: le donne (Viviana, Gwenhwyfar, Morgaine, Morgause, Ingraine e una folla di altre) e l'influsso determinante da esse esercitato sull'antica saga britannica. "Un'esperienza profondamente emozionante e magica", a sentire la New York Times Book Review. Un trascinante miscuglio romanzesco di miti greci, romani, egiziani, celtici e orfici, che certamente tiene in scarso conto la Letteratura dei Manuali, ma che porta indelebile la vigorosa impronta della mano di un'autrice di grande sapienza narrativa, la quale, oltre a conoscere alla perfezione l'importanza della donna come consumatrice del libro, sa anche che la nostra morale ha subito più di un vivace scossone.

Dunque un grande intrico di amore e sesso, con robuste spruzzate di incesto e omosessualità: Gwenhwyfar con Lancillotto, Artù con la sorellastra Morgaine, la stessa Morgaine con Lancillotto, quest'ultimo con Artù: trovatisi in un letto con il dichiarato impegno di dare il suo giusto godimento a Gwenhwyfar, infatti, i due finiscono chiaramente con lo spassarsela teneramente tra loro.

Povere donne di Camelot: antesignane della realtà femminile e femminista del XX secolo e già impegnate a dirimere la complicata contesa bretone tra il paganesimo degli antichi e il cristianesimo dei parvenu, hanno anche da affrontare questo problema degli uomini che preferiscono interessarsi al proprio sesso, se non altro sul campo di battaglia.

Campo di battaglia che, tuttavia, proprio in omaggio alla "femminilità" della visione di Marion Zimmer Bradley, non la fa da padrone come nella tradizionale saga di Re Artù, ma rimane un po' sullo sfondo, cedendo di molto all'intrigo d'amore e alle comuni attività donnesche — l'arte del tessere, la cura della terra mentre i mariti sono lontani a farsi gli occhi dolci in guerra, l'allevamento di bambini che non si sa mai bene di chi siano, l'esasperato battibecco e il pettegolezzo sanguinoso.

Quanto alla religione e alla ricerca del Santo Graal, infine, la Bradley non dimentica nemmeno di doversi confrontare con un immenso pubblico multi-fede: dunque il paganesimo di Morgaine e dei vecchi druidi di Avalon sarà un fatto da grandi signori, illuminati e raziocinanti, pur nelle nebbie, e altamente morali, nettamente superiori nel confronto con il cristianesimo prevaricatore. Fatto assai poco attendibile sotto il profilo storico, ma di grande rilevanza ai fini della tensione romanzesca.

Stimolata dal clamoroso successo di Le nebbie di Avalon, Marion Zimmer Bradley ha già diffuso per le case editrici un dattiloscritto di 900 cartelle, intitolato The firebrand, ovvero "Il tizzone infuocato", in cui reinterpreta la mitologia omerica, facendo di Cassandra un'altra veemente protofemminista, ancora più remota nei secoli. «Ex pede, Cassandram».

(Europeo, 27 dicembre 1986)