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Patrick O'Brian
Patrick O’Brian

Recensione: “Primo comando” (1995)

Da Corriere della sera, 2 settembre 1995
"Rule Britannia", cantava nella prima metà del `700 James Thomson. "Domina, Britannia, domina le onde. I britanni non saranno mai schiavi." Quanta filosofia e prassi politica sono discese da quella lontana esortazione. E quanta narrativa, cronachistica, storica, di avventura e letteraria. Dalle origini fino ai sublimi e tormentati Conrad e poi Golding, fino al capitano Orazio Hornblower del poderoso Forester e ai tanti personaggi marinari del travolgente Wilbur Smith. E a molti altri ancora, fino ai romanzi di Patrick O’Brian imperniati sull’incrollabile amicizia e solidarietà virile tra l’impetuoso capitano Jack Aubrey (chiamato affettuosamente "Riccioli d’Oro dalla ciurma sempre pronta a morire per lui) e il raffinato filosofo-naturalista-medico di bordo Stephen Maturin.

Una schiera di quattordici romanzi che da un quarto di secolo a questa parte riscuotono grande successo prima nei paesi britannici e da ultimo anche negli Stati Uniti. L’ormai ultraottantenne O’Brian è una singolare figura di intellettuale e scrittore, già membro dei servizi segreti britannici, fine traduttore dal francese all’inglese (vive in Francia) e studioso delle arti figurative (ha scritto una biografia di Picasso), che partendo da lidi letterari problematici e avanguardistici (l’esistenzialismo) è finalmente approdato al "romanzo di genere", e più precisamente "storico", con la consueta tecnica anglosassone della strenua precisione di ambientazioni e dettagli (momento storico, collocazione geografica, strumenti e tecniche della navigazione a vela e della guerra navale).

In Primo comando, recentissimamente uscito in Italia, il romanzo che apre la fortunata e non ancora conclusa serie Aubrey-Maturin, i due personaggi, appassionati musicisti, si incontrano per la prima volta a un concerto dove viene eseguito nientemeno che il Quartetto in do maggiore di Locatelli. L’indole impetuosa di Aubrey lo eccita a segnare rumorosamente il tempo, tanto che l’altro non riesce a fare a meno di dargli di gomito. Situazione canonica: l’immediata antipatia reciproca, con rischi di duello, si converte molto presto in irresistibile simpatia e incrollabile amicizia. Ricevuto finalmente il primo comando, Aubrey chiama a bordo con sé il prezioso Maturin, e la loro nave, una corvetta di Sua Maestà armata per la guerra di corsa, salpa per una lunga serie di fortunate scorrerie nel Mediterraneo contro la flotta e gli insediamenti militari costieri dell’odiato "orco Boney" (Napoleone) e dei suoi alleati, fino a una poco felice operazione al largo di Gibilterra, che tuttavia non sminuisce di un filo l’onore dei due, sempre pronti a dare il sangue perché Britannia continui a dominare le onde.

La narrazione procede inarrestabile, come il rapporto di amicizia tra i due protagonisti, in una lingua ricercata e studiatamente consona al momento storico; la vita di bordo con i suoi mille complicati riti, le tecniche di navigazione, le battaglie navali vengono raccontate con la già citata e assoluta (anche se un po’ meccanica) abbondanza di dettagli, ripresi con puntigliosa cura da fonti originali (la Naval Chronicle, i documenti ufficiali dell’Ammiragliato) e romanzati con mano abile. Il godimento è sicuro per gli appassionati di navigazione a vela e di storia. Più problematico il discorso per quanto concerne i cultori dell’avventura, ma quelli di O’Brian sono appunto romanzi "storici" e non "di avventura", come ha precisato lo stesso autore con un certo sdegno in un’intervista. Ci si può soltanto augurare che il prevedibile successo di questo primo romanzo induca la Longanesi a proseguire nella pubblicazione dei seguiti, di cui i recensori di lingua inglese parlano in termini di quasi sempre crescente entusiasmo.

Patrick O’Brian, Primo comando, Longanesi