I miei libri in formato Kindle

Slide copertine




© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Clive Cussler

Clive Cussler

Intervista (1994)
«È del poeta il fin la meraviglia.» Così scriveva il grande poeta Giovan Battista Marino. Scopo, ragion di vita dello scrittore è creare nel lettore «meraviglia», stupefazione, sbalordimento. Chi non è ne è capace, concludeva, lasci stare di scrivere e «vada alla striglia». Lei conosceva questi versi? L’interlocutore mi guarda e sorride, allargando le braccia. Scuote la testa. No, è americano, il Marino non lo conosce. E non capisce neanche dove io voglia parare. Glielo spiego subito: è d’accordo con la poetica espressa da queste poche parole? Il sorriso si fa larghissimo, gli occhi si strizzano fin quasi a diventare invisibili, le mani si alzano in un gesto che chiaramente significa: «E lo chiede proprio a me?». Già, come potrebbe non essere d’accordo lui, che a buon titolo si potrebbe definire «il maestro dell’avventura ai limiti del possibile»?

Sessantatré anni, un omone alto, spalle squadrate da nuotatore, ciuffo pepe e sale sopra una faccia temprata dal sole delle Montagne Rocciose e degli oceani, Clive Cussler emana simpatia, ne deborda. Ha forse generato più «meraviglia» lui con i suoi romanzi che il lancio della prima atomica. Con il risultato che è diventato uno dei vari «Mr Molti Miliardi» della narrativa popolare. Le cifre sembrano quasi fisse, ci è già capitato di indicarle quasi identiche per altri autori-monster: traduzioni in più di 30 lingue, oltre 60 milioni di copie vendute. A una media di 1500 lire a copia... Più un po’ di diritti cinematografici... Conti già fatti per altri autori. Beati loro. In Italia, di fronte a 10.000 copie veniamo presi da mania di grandezza.

Nato nell’Illinois e cresciuto nella California settentrionale, Clive Cussler non ha avuto una vita facile. Si è sciroppato quattro anni di Corea, ha fatto il gestore di una pompa di benzina, è passato alla pubblicità. Sempre, però, con il tarlo dello scrivere. «Vede», spiega ridendo, «all’ultimo anno di college, oltre alle materie fondamentali dovevamo sceglierne due facoltative. Io ho scelto quelle più frequentate dalle ragazze: economia domestica e dattilografia. È stato così che a un certo punto della mia vita ho cominciato a scrivere. Per dare una mano a un bilancio famigliare traballante, con tre figli da far diventare grandi, mia moglie ha dovuto accettare un lavoro serale. E io, a casa con i bambini, ho cominciato a far tesoro anzitutto delle lezioni di economia domestica e poi di quelle di dattilografia, mettendomi a battere sui tasti per vedere se ero capace di dare corpo alle storie avventurose che avevo in testa da sempre.»

Cussler ha prima di tutto una passione: recuperare navi e aeromobili scomparsi che possano dare un contributo a scrivere con più precisione la storia. È una passione che gli è venuta quando ha cominciato a fare immersioni per conto dell’aviazione, in Corea, e che poi ha perfezionato fino a fondare la National Underwater Marine Agency, un ente senza fini di lucro che ha come scopo appunto quello di rintracciare e recuperare grandi relitti storici. Fino a ora ne ha recuperati una sessantina. Oltre a essere dal ’78 un ente autentico, da molto prima la NUMA è però anche un personaggio ricorrente dei suoi libri di avventure. Insieme al protagonista fisso, l’ormai leggendario Dirk Pitt.

L’incontro tra autore e personaggio avviene quando Cussler ha trentasei anni. E ne ha trentasei anche Pitt. Fisicamente e psicologicamente assomiglia molto al suo inventore. È un maestro nell’arte di arrangiarsi davanti al pericolo mortale. Gli piacciono le donne, i liquori forti, le auto d’epoca. «Però», lamenta Cussler con un sorriso di finta mestizia, «lui, essendo inventato, a questo punto, dopo dodici romanzi, ha soltanto trentotto anni, mentre io ne ho sessantatré. Non è giusto.» Le sue avventure, bisogna dirlo, sono iperboliche, al limite del credibile. Dirk Pitt sa fare di tutto, tratta oceani, montagne, giungle e deserti come se fossero il suo salotto. Si aggira per relitti sprofondati nell’acqua, nella sabbia o tra le liane come nel giardinetto di casa sua. Si fa paracadutare da solo in posti dove nessuno ha mai messo piede, si immerge per ore e ore, percorre a nuoto cunicoli sotterranei lunghi più di cento chilometri, lo riempiono di botte, lo accoltellano, gli sparano con il bazooka, e lui è lì, fresco come una rosa, che si spolvera il bavero, già pronto per un’altra avventura.

Sì, perché l’avventura è la sua vita di personaggio di romanzo come lo è quella, autentica, del suo inventore. Nella realtà come nell’attività letteraria. Finito il primo libro, Cussler non sapeva come fare per pubblicarlo. A quasi quarant’anni, come esordiente era stagionato, gli editori non gli davano retta. La vita, dev’essersi detto, è dura? Affrontiamola con coraggio e ingegno. Di più: con un coraggioso colpo di genio. Si inventa importante agente letterario, sotto falso nome, con indirizzo falso e referenze false, e scrive una lettera a uno dei massimi agenti americani, sottoponendo alla sua attenzione un autore secondo lui «di grandissimo interesse»: Clive Cussler. Sai com’è, scrive al «collega», lo trovo talmente interessante che lo seguirei di persona ma, «come ben sai», io mi interesso soltanto di grosse produzioni cinematografiche. Inoltre, «come ben sai», sto per ritirarmi in pensione. L’agente vero non sa un bel niente, ma abbocca. «Fammi mettere sotto contratto questo Cussler,» risponde. «Sembra interessante anche a me.» Il raggiro a fin di bene, che per inciso gli ha reso alcuni miliardi, lo scopre soltanto una decina di anni più tardi, quando Cussler trova il coraggio di spiegarglielo.

Così, con un gesto di audacia romanzesca, comincia la carriera di uno dei più fortunati autori di avventure del nostro tempo. Avventure, si è detto, ai limiti del credibile. Lui sostiene di no, che sono tutti fatti possibili, che nelle vicende di Dirk Pitt non c’è niente di scientificamente irrealizzabile, ma qualche dubbio, ogni tanto, al lettore viene. Se non altro perché, dopo essere stato in compagnia di Dirk Pitt per una cinquantina di chilometri sotto terra, o per un’infinità di tempo sott’acqua, o in aria con un elicottero senza benzina, dopo aver partecipato a colluttazioni, sparatorie e battaglie, comincia a sentirsi il fiato corto anche lui. Ma non gliene importa niente, vuole continuare a leggere e basta. Perché Dirk Pitt è troppo simpatico e si vuole vedere come se la cava. Si sa già che non può non finire bene, ma si vuole scoprire «come», che cosa riuscirà a inventare ancora il diabolico autore. È il segreto, apparentemente semplice, dei grandi narratori d’azione: impedirti di mollare il libro. Di suo, Cussler vi aggiunge la simpatia del protagonista e il pepe della «meraviglia».

Risultato, dai quarantacinque anni in poi, più o meno, la sua vita è diventata molto comoda. I figli sono cresciuti, si sono laureati, hanno fatto carriera. Le case sono diventate due, molto grandi, in procinto di diventare tre. Una, per l’inverno, a Paradise Valley, Arizona. Una seconda, per l’estate, a Denver, Colorado. Una terza, in via di costruzione, nelle Montagne Rocciose, in una località sciistica che sta diventando molto alla moda (la frequentano, mi spiega, personaggi come Oliver Stone e Tom Cruise) e dal nome strano. Telluride. Tellu-come? Cussler ride. «Era una vecchia città mineraria sperduta, tipo quelle che si vedono nei western. Per arrivarci, si diceva che bisognava montare in sella e cavalcare fino all’inferno. To-hell-you-ride. Poi, con il tempo, siccome agli americani piace la brevità, è diventata Telluride.»

In queste residenze Cussler passa la maggior parte del suo tempo, realizzando un romanzo ogni due anni — otto ore al giorno davanti al word processor, dalle nove del mattino in poi, «come un impiegato, scrivendo da due a sei pagine a seconda delle ricerche necessarie» —, ma concedendosi frequenti vacanze per procedere alle sue ricerche di relitti con la NUMA. Altro tempo libero, inoltre, se lo ritaglia per dedicarlo alla sua amatissima e favolosa collezione di auto d’epoca, che è poi quella di Dirk Pitt. Un’ottantina, da una Rolls Silver Ghost del ’21 a una Edsel Corsair del ’59, passando per varie Bugatti, Hispano Suiza, Isotta Fraschini e Pierce Arrow, come quella con roulotte (del ’36) che compare nel suo ultimo romanzo, il dodicesimo: L’oro dell’Inca. Il tredicesimo è già in fase di elaborazione, sarà ambientato nel mondo dei diamanti, e l’inossidabile Dirk Pitt, immergendosi qua e là negli oceani tra Australia e altri luoghi avventurosamente esotici, sempre assistito dalla NUMA, sarà chiamato a smascherare una banda di lestofanti che cerca di imporre il proprio controllo con l’uso di una specie di colossale sonar omicida. Le pensa proprio tutte, caro «re della meraviglia», ma qual è la sua massima aspirazione? «Dare al lettore un prodotto che alla fine lo lasci soddisfatto, gli faccia pensare che ha speso bene i suoi soldi.» Succede sempre? I lettori hanno risposto di sì in 60 milioni. Un sondaggio più che valido. Buona avventura, signor Cussler.

(Class, n. 12/1994)